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sabato 25 Aprile 2026
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L’analisi di Hiljemark: “La negatività ci condiziona, manca lucidità nei momenti chiave”

PARMA – Il Pisa esce sconfitto di misura dallo Stadio Tardini, piegato per 0-1 dal Parma in un finale che sa di beffa e che lascia i nerazzurri a un passo dal baratro della retrocessione. Nonostante una prestazione coraggiosa, segnata da due legni colpiti e da diverse occasioni non concretizzate, la formazione toscana è stata punita dalla zampata di Elphege a pochi minuti dal termine, pagando caramente l’imprecisione sotto porta e la sfortuna in una gara che avrebbe meritato un esito diverso. Al termine della gara sono intervenuti: Oscar Hiljemark, Carlos Cuesta, Enrico Del Prato e Gabriele Piccinini.

Le dichiarazioni di Oscar Hiljemark

“Rispetto allo spartito che si è visto nelle ultime partite, oggi forse è andata in modo leggermente diverso. In questo momento, sicuramente, non ci sono molte parole da dire: ci abbiamo provato fino alla fine e l’amarezza è grandissima. Non ho ancora rivisto bene l’azione specifica in video, ma secondo me non si può assolutamente prendere un gol del genere. In questo momento ci stiamo affidando ai giocatori più esperti e ‘vecchi’ per gestire la situazione. Abbiamo fatto delle valutazioni su chi mandare in campo e cerchiamo di bilanciare tutte le esigenze. Le decisioni che prendiamo vanno a supporto di vari aspetti, sia tecnici che gestionali. Quello che farà la differenza saranno le scelte che faremo a partire dalla prossima settimana, quando, alla luce del risultato di stasera e dei discorsi con la dirigenza, avremo un quadro definitivo per pianificare il finale di stagione. Il calcio è uno sport che vive di episodi e di momenti. Certo, i troppi errori pesano, così come i risultati che non sono arrivati hanno aggravato la situazione. Sono sicuro che quando sei nel ‘flow’ positivo, dove tutto gira per il verso giusto, ti riesce anche la giocata più difficile. Ma quando la situazione è negativa, subentra un altro stato mentale, uno stato di pesantezza. Magari tu vuoi fare bene, ci metti la voglia, ma senti di non avere il controllo totale. Adesso io non ho la bacchetta magica per spiegare ogni singolo errore tecnico, ma l’aspetto psicologico nei momenti difficili condiziona pesantemente le prestazioni e la lucidità in campo. Con Gabbanini non abbiamo parlato di tante cose riguardanti il futuro. Appena è arrivato ha voluto parlare subito con me, sono stato la prima persona con cui ha scelto di confrontarsi. Tuttavia, in questo momento la nostra concentrazione deve rimanere sul presente: c’è l’imminente partita a cui pensare e un campionato che deve ancora finire. Una volta conclusa la stagione sportiva, ci sarà tempo e modo per approfondire tutto il resto”.

Le dichiarazioni di Carlos Cuesta

“Sono davvero contento, perché anche attraverso le sconfitte e i momenti in cui siamo stati magari criticati o messi in discussione, siamo rimasti uniti. Oggi siamo riusciti a vivere una giornata bellissima e a tagliare questo traguardo tutti insieme. Questo risultato lo si deve anche a tutte le persone di cui ho costantemente bisogno per lavorare al meglio: lo staff, i magazzinieri, i giardinieri e tutti coloro che ogni giorno si sono messi a nostra totale disposizione. Il primo grande obiettivo è stato raggiunto, ma adesso dobbiamo continuare a crescere. Abbiamo ancora quattro partite da giocare che ci permettono di migliorare ulteriormente, sia a livello individuale che come collettivo, e noi vogliamo rappresentare il Parma sempre nel miglior modo possibile. Proprio per rafforzare questo legame con la piazza, probabilmente venerdì svolgeremo un allenamento a porte aperte: ci piacerebbe avere la massima presenza possibile di tifosi per poter sentire da vicino tutto il loro calore. Ho sentito forte la responsabilità di ripagare la fiducia riposta in me per questa scelta, un’opportunità che in fondo stavo aspettando. L’ho approcciata con grande umiltà, cercando di imparare il massimo possibile perché per me era tutto nuovo. Vi dico la verità: non avevo mai ricoperto il ruolo di primo allenatore, non avevo mai lavorato con le persone di questo staff né con i medici, e non avevo mai allenato in Serie A. Non conoscevo le dinamiche interne né il passato recente. Ci sono professionisti bravissimi, con carriere importanti alle spalle e abituati ad altissimi livelli, che magari non sono riusciti a raggiungere i propri obiettivi misurandosi con una sfida del genere. Per questo motivo, mi sono messo a totale disposizione cercando di imparare il più possibile dal contesto, con l’unico scopo di aiutarlo e potenziarlo. Sapevo di dovermi guadagnare la credibilità da zero, proprio perché non sono mai stato un calciatore professionista e non avevo mai fatto questo lavoro. Immagino che, all’inizio, qualcuno possa aver pensato: ‘Ecco il filosofo di 29 anni che viene qui a farci lezione dalla cattedra’. Io, invece, ho semplicemente provato ad aiutare i ragazzi il più possibile, offrendo loro la mia guida e le mie idee. L’obiettivo era dare continuità a ciò che aveva funzionato bene l’anno scorso e, partendo da lì, cercare di crescere e migliorare giorno dopo giorno attraverso il lavoro sul campo. Ho commesso mille errori, non mi nascondo. Adesso, riguardandoli col senno di poi, in certe situazioni farei sicuramente scelte diverse, ma sbagliare fa parte del percorso di apprendimento e della vita in generale. Io cerco di agire sempre seguendo i miei valori, con onestà, prendendo le decisioni che ritengo più giuste per il bene della squadra, del club e di tutta Parma. Il mio intento è innanzitutto ripagare la fiducia che mi è stata data dal primo giorno: qui mi sono sempre sentito stimato, protetto e onorato. Ovviamente ci sono stati momenti di dubbio, di difficoltà e persino di paura. Fa parte della vita e di questo mondo. Ma il mio atteggiamento è sempre lo stesso: mi guardo indietro per analizzare con lucidità cosa abbiamo sbagliato e cosa abbiamo fatto bene, per poi guardare avanti e provare a fare sempre meglio. È questo il mio modo di vivere: il mio stile di gioco potrà anche cambiare o evolversi, ma il mio approccio al lavoro e alla vita resterà sempre questo. Il mio modo di giocare può evolversi e cambiare, ma il mio approccio al lavoro e alla vita è questo. È come un protocollo che ho stampato nella testa. Per quanto riguarda la pressione e le aspettative, sappiamo bene di rappresentare una squadra e una piazza con una storia immensa, che in passato ha lottato ai vertici della Serie A e ha vinto trofei importantissimi. Io ho semplicemente provato a dare il mio umile contributo. Ma il punto focale non sono le critiche al sottoscritto. Ciò che ha fatto veramente la differenza quest’anno è stato ragionare come collettivo: percepire la squadra come un’unica entità, seguire una linea di pensiero comune, remare tutti nella stessa direzione mettendo sempre il ‘noi’ davanti all’io. Questo atteggiamento ha generato un’energia bellissima all’interno dello spogliatoio, un valore intangibile ma, per me, assolutamente fondamentale. Riguardo agli errori: ne ho commessi e ne farò inevitabilmente ancora in futuro. Fanno parte del percorso di crescita e della vita di ogni persona, perché in fondo siamo tutti esseri umani. Quello che provo a fare costantemente, però, è guardarmi indietro per rendermi conto il prima possibile dei miei sbagli, in modo da non ripeterli e poter migliorare. Io mi metto in discussione su tutto, sui processi lavorativi e sulle scelte quotidiane. Dico sempre che la prima ‘regola della natura’ è l’autocritica: la prima persona che devi affrontare, analizzare e correggere sei proprio tu stesso. E questo mio lato non cambierà. Non è che, siccome oggi abbiamo vinto o abbiamo raggiunto il nostro obiettivo, allora significa che abbiamo fatto tutto in modo perfetto, anzi. So perfettamente che l’unico modo reale per crescere e continuare a tagliare traguardi importanti è mantenere intatta questa mentalità esigente. E questo, vi assicuro, è un aspetto di me che non cambierà mai. Quello che abbiamo provato a fare, fin dal primo giorno, è stato alzare il nostro standard quotidianamente. Abbiamo lavorato per creare una costanza di rendimento e una forte capacità di adattamento. Attraverso il nostro metodo abbiamo portato avanti un percorso per continuare a crescere passo dopo passo. Io sono il primo a sapere e ad ammettere che certe cose possono e devono essere fatte meglio. Allo stesso tempo, però, bisogna stare molto attenti: quando cerchi ossessivamente qualcosa che non hai, a volte finisci per perdere le certezze che hai già acquisito. Per questo motivo nel calcio serve grande equilibrio. Devi essere consapevole di come far evolvere la squadra senza disperdere quei punti di forza che ti permettono di raggiungere i traguardi e le prestazioni desiderate. Per quanto riguarda l’impatto con il campionato italiano, posso confermare che è difficilissimo. C’è un livello di competitività altissimo, affronti costantemente squadre forti guidate da allenatori estremamente preparati. È un banco di prova durissimo ma molto stimolante. È stata una grande sfida e adesso speriamo solo di continuare a crescere e a migliorare sempre di più. Se consideriamo ad esempio l’ultima partita che abbiamo vinto in casa contro il Verona, avevamo finito la gara giocando col 4-3-3 con Bernabé mezzala, Strefezza a sinistra, Oristanio a destra, Pellegrino di punta e Nicolussi come play. Quindi, anche in quell’occasione eravamo andati all’attacco con tutto il nostro potenziale. Oggi abbiamo fatto le scelte che consideravamo più giuste in quel momento della gara. Sentivamo che Pontus (Almqvist, ndr) ci poteva dare una mano per attaccare la profondità giocando come quinto, in un ruolo quasi da esterno puro. Strefezza e Bernabé erano molto stanchi e mi hanno proprio chiesto il cambio perché non ne avevano più. Così abbiamo inserito forze fresche in avanti per fare la lotta sulle palle alte. Fino a quel momento avevamo giocato molto palla a terra per vie centrali, un atteggiamento che da un lato ci aveva permesso di progredire bene, ma dall’altro ci aveva portato a perdere diversi palloni pericolosi che ci facevano allungare sul campo. Così abbiamo cercato di passare alle due punte, per sviluppare maggiormente la manovra sugli esterni e andare al cross. Proprio da uno sviluppo del genere è nato il gol della vittoria. Ovviamente i giudizi sui cambi sono sempre legati al risultato finale: se invece di segnare avessimo perso palla su un cross e preso gol in contropiede, si sarebbe detto che avevamo sbagliato le sostituzioni. Funziona così. Per noi la costanza di rendimento è la normalità. Il nostro standard deve rimanere sempre alto e la nostra mentalità deve essere quella di voler crescere e migliorare ogni singolo giorno. Sappiamo bene di avere davanti a noi una sfida difficilissima a Milano contro l’Inter, una squadra di altissimo livello. Ma questa è una cosa di cui dobbiamo essere felici e stimolati. Dobbiamo andare a San Siro con la massima volontà di fare punti, di sfoderare una grandissima prestazione e di rappresentare il Parma nel miglior modo possibile. Il mio modo di approcciare il lavoro non cambia in funzione dei risultati acquisiti o delle opinioni esterne. Questa è l’unica mentalità che conosco, ed è l’esatta mentalità che abbiamo costruito all’interno di questa squadra”.

Le dichiarazioni di Del Prato

“Io cerco sempre di dare il massimo; in campo ci si dà una mano a vicenda, e così anche gli errori dei singoli risultano meno evidenti. Per quanto riguarda la domanda sul contratto: io sono il capitano di questa squadra e qui mi trovo benissimo. Avremo sicuramente modo di parlare con la società, vedremo cosa succederà più avanti. Se devo fare un paragone, il termine di riferimento che voglio usare è l’anno scorso. Rispetto alla passata stagione abbiamo perso tanti elementi forti e di qualità. Non è un caso che tutti i ragazzi che sono andati via abbiano alzato il livello delle squadre in cui si sono trasferiti: c’è chi è andato all’Inter, chi alla Juve, chi a giocare in Champions League o alla Fiorentina. Parliamo di club che negli ultimi anni hanno sempre disputato campionati di vertice. Il valore qualitativo di quei ragazzi, insomma, non si discute. La differenza importante, però, si è vista nella nostra capacità di adattamento quest’anno. Magari in alcune gare, come col Verona, non abbiamo espresso il nostro gioco migliore, ma siamo comunque riusciti a strappare punti pesanti grazie al sacrificio di tutti. Quando si dice che una squadra difende bene, il merito non è solo dei difensori: l’organizzazione difensiva parte sempre dagli attaccanti e dal loro pressing. Tutti i ragazzi che sono scesi in campo sapevano perfettamente quale fosse il loro ruolo e lo hanno interpretato al massimo. Magari all’inizio dell’anno non abbiamo espresso un calcio spettacolare, ma siamo stati pratici e siamo riusciti a portare a casa i risultati, che è la cosa più importante. Poi, tra gennaio e febbraio, credo che le prestazioni siano decisamente migliorate anche sotto il punto di vista qualitativo. Questo pragmatismo e questa crescita ci hanno permesso di dare grande continuità al nostro campionato. Il nostro obiettivo primario all’inizio era portare a casa i punti. La richiesta era quella di essere concreti, cercando al contempo di correggere le nostre pecche a livello di prestazione. I risultati arrivavano e, su quella base, cercavamo di affinare il gioco. Credo che l’evoluzione sia passata molto dal lavoro sulle caratteristiche dei giocatori. All’inizio avevamo in campo tanti elementi con caratteristiche di rottura, più propensi alla corsa e al recupero palla; poi, inserendo giocatori con maggiore qualità tecnica ed esperienza, siamo nettamente migliorati sotto il punto di vista del palleggio, della precisione e del gioco espresso. In tutto questo percorso, abbiamo sempre cercato di isolarci e di guardare il meno possibile le voci esterne o le finte notizie. Io dico sempre che bisogna trovare la giusta alchimia. I ragazzi giovani migliorano e si inseriscono bene soprattutto quando c’è una base solida alle spalle. Non c’è per forza bisogno di avere un’intera squadra di trentenni, ma sicuramente avere uno zoccolo duro di giocatori esperti aiuta a far sì che il giovane, quando arriva, si trovi subito a suo agio e riesca a esprimersi al meglio. C’è un gruppo storico di sette, otto ragazzi più esperti che ha sempre dato l’anima. L’attaccamento che hanno dimostrato ci ha sempre dato una spinta in più. Sono ragazzi che devono essere premiati, perché una grossa fetta di questo traguardo e di questa salvezza è merito loro. Nonostante tutte le difficoltà che abbiamo attraversato, la loro coesione e la loro capacità di fare da guida ai nuovi arrivati sono state fondamentali per le nostre vittorie. Riuscire a essere uniti fa tutta la differenza del mondo”.

Le dichiarazioni di Gabriele Piccinini

“Abbiamo creato tanto concedendo poco, ma nel calcio conta il cinismo: loro hanno sfruttato le occasioni, noi no. Fa male vedere quanto costruito con fatica andare in fumo, specie pensando che un anno fa sognavamo la promozione, ma ora dobbiamo solo rimboccarci le maniche e onorare la maglia per i nostri tifosi, che meritano una statua per il sostegno che ci danno. Sulle questioni societarie siamo estranei, il nostro dovere è dare il massimo in campo fino alla fine. Per me, arrivato dalla Serie D alla Serie A in pochi anni, è un’emozione incredibile: spero di essere un esempio per i giovani. Ho preso tante “botte in faccia”, ma ho sempre creduto in me stesso; a questi livelli, oltre al talento, è lo spessore umano che ti permette di competere con i più forti”.

Davide Caruso

© Riproduzione riservata

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