SAN VINCENZO – Dalle immagini dei luoghi abbandonati a una riflessione sul loro futuro. L’inaugurazione della mostra fotografica Ciò che è rimasto, realizzata da Aaron Benucci, Isaie Benucci e Cesare Sofia, è diventata anche l’occasione per riaccendere il confronto sul destino dello storico silo Solvay. Alla Sala della Torre, l’assessore all’Urbanistica Nicola Bertini ha ripercorso la storia della struttura e illustrato le prospettive per la sua trasformazione e per l’area circostante.
“Questi ragazzi hanno fatto un bellissimo lavoro, partendo dai luoghi che hanno colpito la loro attenzione per l’abbandono – ha spiegato Bertini –. Ciò che è rimasto, il titolo della mostra, rappresenta proprio l’unione tra la funzione storica degli immobili e il loro attuale stato di abbandono, che li ha molto incuriositi”.
Le fotografie raccontano diversi luoghi del territorio, dal Casone di Baratti, Torre del Sale, passando per l’ex asilo di Riotorto e arrivando al silo Solvay di San Vincenzo. Proprio il confronto con i giovani autori ha portato anche a una riflessione sulla possibile sorte di questi spazi.
“Cesare ha detto che quello che si augura è che questi luoghi, di cui a volte si parla molto, come nel caso del Casone di Baratti, non vengano consegnati a intenti speculativi – ha raccontato l’assessore –. È stato anche un po’ il manifesto politico della mostra“.
Un lavoro che, secondo Bertini, ha stimolato anche la memoria dei cittadini. “Hanno percepito molto interesse e raccolto tante storie. Il fatto che abbiano prodotto queste foto ha fatto sì che molti cittadini volessero condividere con loro dettagli sull’uso e sulla funzione di quegli edifici e sulla vita che vi si svolgeva”.
Da qui l’approfondimento dedicato al silo Solvay, una delle testimonianze della storia industriale di San Vincenzo. Bertini ha ricordato innanzitutto il progetto della cosiddetta “porta nord” o “testata nord” del 2003.
“Quel progetto mirava alla cancellazione assoluta del silo e alla realizzazione di un’unica piattaforma di cemento sopraelevata, sotto la quale sarebbe passato il binario. Prevedeva 9.600 metri quadrati di attività commerciali, alberghi, ristoranti e un edificio simile a una torre. Ricopriva interamente tutta l’area del silo e cancellava ogni traccia dell’attuale luogo“.
A questo si aggiunse, nel 2006, la convenzione con Solvay attraverso la quale veniva rinnovata per vent’anni, dal 2006 al 2026, l’attività estrattiva. Un accordo che, per il silo e la teleferica, prevedeva la demolizione.
“Il progetto del 2003 e gli accordi convenzionali del 2006 consegnano una visione per cui quel pezzo di storia di San Vincenzo andava cancellato, non aveva un valore e doveva essere sostituito” – ha sottolineato Bertini.
Con lo smantellamento della teleferica Solvay nel 2007, il silo ha definitivamente perso la propria funzione originaria. Secondo l’assessore, però, la successiva pianificazione non sarebbe riuscita a individuare una vera prospettiva per la struttura.
“La pianificazione urbanistica, anziché cercare una nuova vita e una rigenerazione per il silo, ha prodotto nel 2019 un piano operativo che prevedeva manutenzione ordinaria e straordinaria. È un assurdo: non si prevedeva la necessità di trasformazione né un cambio di destinazione d’uso. È stata una rinuncia a pianificare”.
La prospettiva, sostiene Bertini, cambia con gli accordi raggiunti dall’attuale amministrazione e con il nuovo Piano operativo in preparazione.
“Abbiamo fatto una trattativa con Solvay che ha salvato un pezzo di silo, quello non interessato dalla costruzione dei binari e che quindi poteva effettivamente essere ancora salvato. Quei circa 400 metri quadrati vengono mantenuti, passano alla proprietà comunale e saranno destinati a usi sociali e culturali“.
Una porzione che per l’amministrazione dovrà diventare anche una testimonianza della storia estrattiva della zona.
“Il silo rappresenta uno snodo chiave del Novecento. Se vogliamo essere più campanilisti, tantissimo dello sviluppo di San Vincenzo è dovuto all’attività di San Carlo. C’è una grande quantità di prove documentali e storiche che testimoniano l’importanza dell’attività Solvay nella definizione di San Vincenzo così come lo conosciamo”.
Non tutta la struttura, tuttavia, potrà essere conservata. “Il pezzo di silo che è stato condannato a morte nel 2006 verrà demolito. Gli accordi devono essere rispettati, anche perché Solvay nel frattempo ha vinto un ricorso per poter demolire: glielo ha riconosciuto anche il giudice e non ci sono più spazi per fare diversamente”.
Il progetto riguarda però anche il futuro delle aree circostanti. “Invece di cementificare tutto, l’area verde e la pineta vengono cedute al Comune. L’area a sud, dove oggi c’è un grande prato, viene destinata a residenza oppure a strutture necessarie all’assistenza: può essere cohousing, un poliambulatorio o altre funzioni di carattere anche sociosanitario”.
Nel caso in cui venga scelta la destinazione residenziale, ha aggiunto Bertini, “il 60% sarà residenza libera e il 40% residenza sociale“, garantendo quindi, secondo l’assessore, “un ritorno sociale importante”.
Il percorso urbanistico non è ancora concluso. La previsione inizialmente inserita in una variante al Piano operativo è stata infatti spostata nel nuovo strumento in corso di elaborazione dopo la richiesta, da parte di alcuni enti, della Valutazione ambientale strategica.
“Per essere assolutamente scrupolosi abbiamo scelto di ritirare il progetto dalla variante e di inserirlo nel nuovo Piano operativo in divenire – ha concluso Bertini –. Verrà adottato in autunno, tra ottobre e novembre”.
La mostra Ciò che è rimasto resterà aperta, con ingresso libero, fino a giovedì 10 settembre, dalle 17 alle 23.30, nella Sala della Torre di San Vincenzo.


