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44 aborti spontanei al minuto: il ruolo della nutrizione e integrazione

Ogni anno, a livello globale, si verificano circa 23 milioni di aborti spontanei. Parliamo di 44 perdite di gravidanza ogni minuto, con un rischio del 15,3% su tutte le gravidanze riconosciute. In Italia, le ultime rilevazioni dell’Istat confermano la portata del fenomeno: nel 2025 si sono registrate quasi 30.000 dimissioni ospedaliere per aborto spontaneo. Il dato mostra un calo rispetto alle 61.580 dimissioni del 2016 e alle 41.427 del 2023, ma rimane un numero estremamente significativo che richiede una profonda riflessione sulla gestione clinica e sulle strategie di prevenzione.

Aborto spontaneo, panoramica e dati

L’aborto spontaneo è definito come la perdita di una gravidanza prima della vitalità del feto. In Italia, è stato introdotto un nuovo criterio statistico che definisce l’evento come l’espulsione di un prodotto del concepimento privo di vita con un’età gestazionale inferiore alle 22 settimane compiute. Dal punto di vista clinico, si distinguono diverse tipologie di perdita:

  • Aborto precoce: si verifica nel primo trimestre, tra la prima e la dodicesima settimana di gestazione.
  • Aborto tardivo: avviene nel secondo trimestre, tra la tredicesima e la ventesima settimana.
  • Gravidanza biochimica: una perdita precocissima, entro le prime quattro o cinque settimane dal concepimento, rilevabile tramite test ormonale ma non tramite ecografia.

I numeri a livello globale

La letteratura scientifica internazionale, in particolare gli studi pubblicati su The Lancet, evidenzia che l’aborto spontaneo colpisce una donna su dieci nel corso della vita. Circa una gravidanza su cinque termina con una perdita, e l’aborto spontaneo ricorrente (definito da alcune organizzazioni come due o più perdite consecutive) interessa circa una coppia su cento. La ricerca e l’assistenza, però, sono state spesso trascurate, portando molte donne a gestire il dolore in isolamento o con protocolli medici frammentati.

Cause e conseguenze

Cosa si nasconde dietro questo fenomeno? E bene, l’aborto spontaneo è una condizione multifattoriale. Tra i principali fattori di rischio figurano l’avanzare dell’età materna (sopra i 35 anni) e paterna (sopra i 40 anni); problemi cromosomici, squilibri ormonali (bassi livelli di progesterone, sindrome dell’ovaio policistico, disturbi della tiroide, diabete e obesità; ma anche fumo, alcol, stress persistente, inquinamento atmosferico, esposizione a pesticidi e lavoro notturno e listeriosi, toxoplasmosi e malattie sessualmente trasmissibili come clamidia o gonorrea possono incidere sulla vulnerabilità della gravidanza.

Ma l’impatto non è solo fisico. L’aborto spontaneo è associato a un rischio maggiore di ansia, depressione e stress post-traumatico che può persistere fino a un anno dopo l’evento. A lungo termine, le donne colpite hanno mostrato una maggiore suscettibilità a malattie cardiovascolari e complicazioni in gravidanze future, come parto pretermine e restrizione della crescita fetale.

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Il ruolo della nutrizione e integrazione

La scienza sta dimostrando con crescente forza che le scelte alimentari influenzano non solo la probabilità di concepimento, ma anche la capacità di portare a termine la gestazione. “Circa il 25% delle donne sperimenta sanguinamenti nel primo trimestre di gravidanza, con circa la metà di questi casi che porta a un aborto spontaneo – ha spiegato la dottoressa Ilaria Vasselli, ginecologa della divisione scientifica di Sestre esperta in fisiopatologia della riproduzione e sessuologa -. È utile implementare un supporto psicologico mirato per le donne che hanno subito aborti spontanei, data la persistenza di vulnerabilità psicologiche fino a 1 anno dopo l’evento. Inoltre, attuare screening nutrizionali completi e interventi mirati per le donne in gravidanza, prestando particolare attenzione ai micronutrienti essenziali e ai livelli di ferro, per mitigare il rischio di complicanze gestazionali. Gli acidi grassi – conclude Vasselli – esercitano una modulazione differenziale dell’immunità gestazionale, contribuendo al rimodellamento immunitario specifico del tessuto e avendo implicazioni cliniche per gli esiti della gravidanza”.

I sette nutrienti essenziali per proteggere la gravidanza

Ecco i sette pilastri nutrizionali fondamentali per sostenere l’embriogenesi e favorire un impianto efficace:

  1. Acido Folico: vitale per prevenire difetti del tubo neurale. È raccomandata la forma attivata (Metil-folato) per garantirne la massima assimilazione.
  2. Colina: fondamentale per la proliferazione cellulare e la sintesi delle membrane fetali, riducendo il rischio di perdite nelle prime settimane.
  3. Ferro: il fabbisogno materno aumenta per sostenere il volume sanguigno; una corretta integrazione previene l’infertilità ovulatoria e supporta lo sviluppo fetale.
  4. Omega-3: gli acidi grassi modulano l’immunità gestazionale e sono cruciali per lo sviluppo del sistema nervoso e della retina del feto.
  5. Vitamina D: regola gli ormoni riproduttivi e supporta il sistema immunitario; livelli insufficienti sono direttamente legati a una minore fertilità.
  6. Calcio: essenziale per la formazione dello scheletro fetale e per preservare la densità ossea materna.
  7. Antiossidanti (Zinco, Selenio, Vitamine C ed E): proteggono i gameti (ovuli e spermatozoi) dai danni ossidativi, migliorando la qualità del concepimento.

In sintesi, proteggere una gravidanza significa partire dalla consapevolezza: nutrizione, prevenzione e supporto non sono optional, ma strumenti di salute.

Fertilità

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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