SAN VINCENZO – Ieri sera si è conclusa la rassegna Pagine di Pace, che ha visto la partecipazione di Gad Lerner a presentare il suo ultimo libro, Ebrei in guerra, dialogo tra un rabbino e un dissidente, nato dal confronto con il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ed edito da Feltrinelli.
A condurre il dibattito è stato Andrea Fagioli, giornalista e da tre anni mediatore della rassegna, che ha guidato l’autore attraverso i temi del libro e le sfide del presente: dai nodi più complessi e dolorosi dell’attualità al significato profondo dell’identità ebraica, dal rifiuto di appiattirsi sulle politiche del governo Netanyahu fino all’involuzione culturale che minaccia le democrazie occidentali.
Il cuore del confronto si è aperto sull’identità e sul valore del dissenso all’interno di una comunità. Lerner ha richiamato le parole dello storico Carlo Ginzburg, ricordando come spesso il sentimento che fa sentire più forte l’appartenenza non sia l’orgoglio o la fierezza retorica, ma la vergogna:
“Io ho provato vergogna per Israele perché gli voglio bene. E perché penso che corriamo il pericolo di uno snaturamento dell’ebraismo, sia nel suo profilo della Bibbia e dei grandi codici morali, sia nel pensiero critico degli ultimi secoli. Tutto questo oggi rischia di essere travolto”.
Citando il suo maestro Alexander Langer, Lerner ha rivendicato il ruolo di chi sceglie di rimanere voce critica dall’interno:
“Bisogna saper essere traditori della propria comunità per sviluppare al suo interno un senso autocritico, ma senza mai diventarne transfughi. Non bisogna sbattere la porta e andarsene; bisogna starci dentro e rompere le scatole. Io continuo a dichiarare il mio legame esistenziale con Israele, la terra senza la quale non sarei al mondo, ma proprio per questo devo immaginare per il sionismo un’altra strada: quella della convivenza tra due popoli nella stessa terra”.
Nel dialogo con Andrea Fagioli, l’autore ha affrontato uno dei punti di maggiore distanza e al contempo di rispetto con il rabbino Riccardo Di Segni: la sacralità della terra.
“Pensare che la terra promessa sia una nota catastale è feticismo, è idolatria. La Bibbia ci ricorda che su quella terra si è ospiti provvisori. Il sionismo è nato contro l’ortodossia rabbinica; oggi invece assistiamo a un fenomeno nefasto, simile per certi versi al jihadismo: un’interpretazione bellicosa del diritto divino usata per cacciare gli estranei. È la stessa mentalità che unisce gli estremisti di Hamas ai sionisti religiosi che bestemmiano la Bibbia adducendola a prova di proprietà”.
L’analisi di Lerner si è poi allargata al rischio di un’assuefazione alla brutalità che travalica i confini mediorientali per insidiare la politica e la società italiana. Rievocando il caso del soldato israeliano Elor Azaria — condannato nel 2016 per aver ucciso un attentatore palestinese ormai disarmato a terra e difeso da vaste mobilitazioni di piazza — il giornalista ha tracciato un ponte con il dibattito politico nostrano:
“Quando ci si abitua al bisogno di forza e di sicurezza, questo si trasforma rapidamente in brutalità. Vedere oggi l’uomo più ricco del mondo, Elon Musk, intervenire su un caso giudiziario italiano per sostenere che i veri colpevoli siano i giudici che hanno condannato il gioielliere Mario Roggero, dimostra che il fanatismo è contagioso ed è una merce da esportazione. Pensiamo che la ferocia riguardi solo l’altra sponda del Mediterraneo, ma la deumanizzazione del nemico e il bisogno di forza brutale stanno contagiando anche noi”.
Sollecitato da Fagioli e dal pubblico sul panorama politico italiano e sulle imminenti dinamiche della destra, Lerner ha espresso una visione netta sui rapporti di forza e sulle alleanze:
“Prevedo una partnership tra Giorgia Meloni e il generale Roberto Vannacci. C’è uno scivolare a destra inevitabile che il nazionalismo provoca, un trascinamento che vediamo in tutta Europa. La legittimazione internazionale fornita da Netanyahu è stata fondamentale per Meloni per accreditare la sua storia politica. Tuttavia, dire a parole di essere favorevoli ai ‘due popoli e due Stati’ ma astenersi all’ONU e sostenere che sia troppo presto per uno Stato palestinese significa fare un danno a Israele stesso e paralizzare il ruolo dell’Italia”.


