LIVORNO – Netto no del Cosap, il Coordinamento sindacale appartenenti polizia, al progetto pilota di lingua e cultura araba rivolto agli operatori delle forze di polizia, presentato a Livorno da alcune sigle sindacali e realtà locali. A esprimere il dissenso è la segreteria nazionale, con una nota firmata dal segretario generale Scalzo.
“Esprimiamo il più profondo e totale dissenso rispetto al sedicente progetto – scrive il sindacato – Non si tratta di un’innocua iniziativa formativa, bensì di un vero e proprio atto di sottomissione ideologica che ribalta i doveri di accoglienza, svilisce la dignità istituzionale di chi indossa una divisa e certifica la totale resa delle politiche pubbliche di integrazione. Ci troviamo dinanzi a un paradosso intollerabile: un capovolgimento di prospettiva aberrante, che individua nell’adattamento linguistico dei poliziotti la risposta al bisogno di inclusione”.
Il Cosap sposta il discorso sui doveri di chi arriva in Italia. “I cittadini extracomunitari che scelgono di stabilirsi nel nostro Paese hanno l’obbligo tassativo, oltre alla responsabilità personale e morale, di apprendere la lingua italiana e di impegnarsi proficuamente e attivamente per rispettare e migliorare la nazione che li ospita – afferma – L’integrazione è un dovere unilaterale di chi viene accolto, non un onere a carico di chi accoglie. Non è accettabile pretendere che siano i servitori dello Stato ad adeguarsi linguisticamente agli stranieri: significa legittimare l’anarchia culturale, arrendersi al caos e scaricare sulle spalle dei poliziotti il fallimento di vecchie politiche migratorie fuori controllo”.
Il sindacato contesta anche il principio che rischia di affermarsi. “La lingua della relazione con lo Stato non può e non deve diventare una variabile fluttuante, asservita ai flussi migratori o alla composizione etnica dei quartieri – sottolinea – Seguendo questa logica perversa non sarebbe affatto ultroneo, ma anzi grottescamente coerente, pretendere che i poliziotti di Prato apprendano il cinese, vista l’enorme comunità residente in quella provincia, o imporre ai poliziotti brindisini di imparare l’albanese. Siamo alla follia pura”.
Per il Cosap lo Stato offre già gli strumenti necessari. “Lo Stato italiano offre agli immigrati regolari tutti gli strumenti per potersi integrare, dalla scuola all’assistenza sanitaria, passando per welfare e inserimento lavorativo – spiega – Si tratta di enormi opportunità di inclusione a cui deve corrispondere la ferrea e unilaterale volontà di far parte della nostra comunità nazionale, rispettandone le leggi e adempiendo ai doveri al pari di ogni cittadino. L’integrazione non è un negoziato al ribasso: presuppone l’imprescindibile assimilazione della cultura civica del Paese ospitante e l’adesione incondizionata ai suoi valori costituzionali. Rispettare le culture di provenienza e pretendere lo studio tassativo dell’italiano sono impegni pienamente compatibili, ma una politica seria ha il dovere di governarli entrambi, anziché permettere che il fallimento dei percorsi di integrazione venga scaricato, ancora una volta, sulle spalle degli operatori di polizia”.
Il sindacato rivendica la competenza istituzionale sulla formazione. “La formazione della Polizia di Stato è una prerogativa istituzionale che merita garanzie blindate – dichiara – non può essere ridotta a un outlet per sperimentazioni ideologiche autogestite da enti locali o da sigle sindacali in cerca di visibilità mediatica”.
Da qui la richiesta all’esecutivo. “Chiamiamo in causa direttamente il governo, il ministero dell’Interno e il dipartimento della Pubblica sicurezza, esigendo un intervento politico immediato e risolutivo – conclude il Cosap – e chiediamo di riaffermare con fermezza la centralità della legge e della lingua italiana, stroncando sul nascere derive demagogiche che offendono e mortificano la professionalità dei poliziotti. La lingua comune è l’unico strumento che rende i diritti comprensibili e i doveri riconoscibili ed esigibili. Ai poliziotti italiani non si può, e non si deve, chiedere di supplire all’assenza di una scelta di civiltà e di sovranità così fondamentale”.


