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Chi formerà gli sviluppatori di domani?

Il paradosso silenzioso dell’IA nel mondo del software

C’è una domanda che nessuno sembra ancora volersi fare davvero, mentre tutti discutono se l’intelligenza artificiale “ucciderà” o meno il mondo del software.

La domanda è questa: chi formerà i professionisti di domani?

Sembra scontata. Non lo è per niente.

Il cortocircuito che si sta creando

Il meccanismo tradizionale con cui il settore tech ha sempre formato i suoi professionisti funzionava così: un’azienda assumeva un junior, lo affiancava a un senior, lo metteva su progetti reali — sbagliava, imparava, cresceva. Lento, costoso, ma efficace. Era il modo in cui si costruivano le competenze vere, quelle che non si imparano sui libri.

Oggi quel meccanismo si è inceppato. Le assunzioni di sviluppatori junior sono già calate, perché l’IA generativa è in grado di scrivere codice che prima veniva gestito dai programmatori entry-level. Per un’azienda, la matematica è brutalmente semplice: un abbonamento a uno strumento di AI costa una frazione rispetto a uno stipendio junior, ai contributi, al tempo dedicato alla formazione, agli errori fisiologici di chi è alle prime armi.

Il problema è che questo calcolo, razionalissimo nell’immediato, rischia di creare un vuoto enorme nel medio termine.

Il sistema formativo che non sta al passo

Dall’altra parte, ci sarebbe l’università — o i vari enti di formazione privata — a dover colmare questo gap. Ma la situazione non è incoraggiante.

Il 71% delle aziende italiane ritiene necessaria una maggiore collaborazione tra università, ITS e imprese per sviluppare percorsi formativi in linea con le competenze richieste dal mercato. Il 52% considera insufficiente la preparazione dei laureati in ambito ICT. E i laureati in discipline ICT rappresentano appena il 6% del totale dei laureati italiani.

Un Paese che produce pochissimi tecnici, con un sistema formativo che già faticava ad aggiornarsi prima dell’IA, e che ora deve fare i conti con una rivoluzione che cambia le regole ogni sei mesi. L’88% dei professionisti si dichiara disposto a migliorare le proprie competenze in ambito IA — ma solo il 41% delle aziende offre formazione in materia. La volontà c’è. L’infrastruttura per coltivarla, molto meno.

Il paradosso che nessuno vuole nominare

Proviamo a dirlo chiaramente: stiamo assistendo a una situazione in cui le aziende usano l’IA per non dover più formare i junior. E i junior, nel frattempo, non vengono assunti — quindi non imparano sul campo. E le università non riescono ad aggiornarsi abbastanza in fretta da supplire. E i bootcamp e i corsi privati formano su tecnologie che cambiano prima ancora che il corso finisca.

Il risultato? Una generazione di aspiranti sviluppatori che si trova in mezzo a un guado: da un lato, il mercato non li assume perché “per quel tipo di lavoro c’è già l’IA”. Dall’altro, non hanno modo di accumulare quell’esperienza pratica che servirebbe per fare il salto di qualità e diventare quei senior che le aziende continuano a cercare — e che non trovano.

L’architetto che non ha mai posato un mattone

Ma c’è un secondo paradosso, ancora più sottile, che si nasconde dentro il primo.

Si parla molto della figura dell’”architetto del software” come del ruolo del futuro: quello che non scrive codice, ma lo governa. Che ragiona su sistemi, strutture, flussi. Che dice all’IA cosa fare e valuta se lo ha fatto bene. In teoria, è il lavoro nobile che sopravvive all’automazione.

Il problema è che chiunque abbia passato anni in questo mestiere lo sa perfettamente: non puoi diventare un buon architetto se prima non hai scritto codice. Tanto codice. Codice brutto, codice che non compilava, codice che funzionava ma che tre mesi dopo nessuno riusciva più a leggere — neanche tu.

Immagina un architetto che non ha mai messo piede in un cantiere. Che non ha mai capito perché certe strutture cedono, come si comportano i materiali sotto stress, dove nascono i problemi che sul progetto non si vedono. Nel software sta succedendo qualcosa di simile.

La capacità di progettare un sistema non è astratta: è il risultato diretto di aver capito sulla propria pelle perché certe scelte portano a vicoli ciechi. Perché un’architettura elegante sulla carta può diventare un incubo in produzione. Perché il debug di un componente scritto male alle 2 di notte ti insegna più di qualsiasi corso o certificazione.

Un junior che non ha mai scritto davvero codice — che ha sempre delegato all’IA la parte operativa — non diventerà mai un senior capace di capire cosa sta sbagliando l’IA. Non avrà gli anticorpi. Non riconoscerà il problema finché non sarà già in produzione.

Stiamo togliendo ai giovani sviluppatori proprio quella palestra di errori che è l’unica cosa che forma davvero un professionista. Ed è il paradosso dentro il paradosso: vogliamo figure capaci di governare sistemi complessi, ma stiamo eliminando l’unico percorso che ha sempre prodotto quelle figure.

Quindi?

Non ho certo la soluzione in tasca — sarei in malafede a dirlo. Ma ho una posizione, maturata in oltre vent’anni di progetti reali.

Il mercato dovrà trovare un nuovo modello. Le università dovranno accelerare — molto. Le aziende dovranno decidere se il risparmio di oggi vale il vuoto di competenze di domani. E qualcuno, nel mezzo, dovrà avere il coraggio di investire su persone che ancora non sanno tutto — ma che hanno voglia di imparare davvero.

Perché il senior che oggi vale — quello che sa governare l’IA, prendere decisioni architetturali, capire il problema reale del cliente prima ancora di scrivere una riga di codice — non è caduto dal cielo. È il risultato di anni di errori, di progetti andati storto, di notti passate a capire perché qualcosa non funzionava.

Se chiudiamo il rubinetto dei ruoli junior, tra cinque anni ci troveremo a chiederci dove sono finiti i senior del futuro.

E la risposta sarà scomoda: non si sono mai formati.

Luca Finocchiaro

© Riproduzione riservata

Imprenditore digitale con un background di vent’anni nel campo dell’informatica e della tecnologia. Con la sua azienda Oimmei Digital Consulting ha supportato la crescita di numerose realtà imprenditoriali di successo.
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