LIVORNO – Referendum sulla riforma della giustizia, la Lega di Livorno chiama a votare sì.
A lanciare l’appello proprio dalla città labronica la Lega provinciale oggi (17 marzo), alla presenza del segretario provinciale Carlo Ghiozzi, del senatore Manfredi Potenti, dei segretari di sezione Michele Gasparri (Livorno) e Laura Petreccia (Collesalvetti), e del responsabile organizzativo provinciale Massimo Montuori. Il partito ha tracciato un bilancio positivo della campagna referendaria condotta sul territorio e ribadito con forza il sostegno della riforma costituzionale.
La campagna
Carlo Ghiozzi ha aperto i lavori ringraziando il responsabile organizzativo Massimo Montuori per il coordinamento delle attività sul territorio, che hanno coinvolto le sezioni di Livorno, Collesalvetti, Rosignano, Cecina, Piombino e Isola d’Elba. Attraverso una rete capillare di gazebo e punti di ascolto, la Lega ha incontrato migliaia di cittadini. Emblematico il caso di Portoferraio, dove in un solo giorno sono state raccolte 20 tessere di adesione, testimonianza di un diffuso desiderio di cambiamento nel sistema giustizia. Montuori ha sottolineato come, a livello nazionale, la campagna abbia raggiunto complessivamente circa 1.500 presenze, con un confronto aperto anche con chi la pensa diversamente.
Il contenuto della riforma
Laura Petreccia ha sintetizzato i tre pilastri della riforma: la netta separazione tra giudici e pubblici ministeri, la creazione di due distinti Csm e l’istituzione di un tribunale disciplinare autonomo e indipendente, capace di valorizzare i magistrati virtuosi e sanzionare efficacemente chi commette errori o non adempie ai propri doveri.
Michele Gasparri ha posto l’accento sul valore civico della riforma, ricordando che una giustizia imparziale tutela non solo i diritti dei singoli cittadini – compresi coloro che si trovano ingiustamente in stato di detenzione – ma costituisce un presupposto fondamentale per l’ordinato governo del paese.
L’analisi del senatore Potenti
L’intervento più articolato è stato quello del senatore Manfredi Potenti, membro della Commissione giustizia del Senato. Potenti ha inquadrato la riforma in una prospettiva storica di lungo periodo, ricordando come la separazione delle carriere fosse già nell’agenda della sinistra ai tempi del governo D’Alema (1997–1998), e come la grande riforma processuale del ministro Vassalli nel 1989 – che pose fine al processo di stampo inquisitorio – fosse rimasta incompiuta proprio nella parte relativa all’autogoverno della magistratura.
Il senatore ha evidenziato il nodo centrale: l’attuale Csm è di fatto un parlamento di magistrati eletti per correnti, con logiche assimilabili ai criteri di spartizione politica, che condizionano l’indipendenza reale dei giudici. La riforma introduce la selezione tramite sorteggio per i componenti laici e togati, recidendo il legame tra appartenenza correntizia e progressione di carriera. Viene inoltre istituita un’Alta Corte disciplinare con composizione terza rispetto al Csm, ponendo fine a un sistema in cui il 95 per cento dei procedimenti disciplinari si concludeva con un semplice richiamo scritto privo di effetti concreti sulla carriera del magistrato.
Potenti ha concluso con una considerazione di principio: la giustizia è un servizio pubblico che lo Stato deve erogare con la stessa credibilità e imparzialità che si pretende dalla sanità o dalla difesa. Votare sì significa restituire ai cittadini la certezza di trovarsi davanti a un giudice davvero terzo e indipendente, non percepito come amico del pubblico ministero né condizionato dalle logiche correntizie.
Ghiozzi ha chiuso i lavori sottolineando un dato di contesto significativo: l’Italia è l’unico paese dell’Unione Europea a non prevedere la separazione tra la funzione giudicante e quella requirente. Chi invoca l’Europa come modello di riferimento, ha osservato il segretario, non può coerentemente opporsi a una riforma che allinea il nostro ordinamento agli standard europei condivisi da tutti gli altri Stati membri.



