(Adnkronos) – Il Centrale del Roland Garros di Parigi “si è trasformato, ancora una volta, in una doccia fredda per una scomoda verità. Jannik Sinner, saldamente in vantaggio per due set a zero e quattro giochi a zero nel terzo contro Juan Manuel Cerúndolo, ha visto il proprio corpo spegnersi improvvisamente. Nausea, tremori, l’ombra dei crampi e una totale assenza di energie lo hanno costretto a subire una rimonta dolorosa. Davanti a scene simili, l’opinione pubblica e la critica tendono a rincorrere vecchi fantasmi, etichettando la tenuta fisica come il perenne ‘tallone d’Achille’ del numero uno del mondo. Ma guardando l’accaduto attraverso la lente della psicologia dello sport, la prospettiva cambia radicalmente”. Lo spiega all’Adnkronos Salute Pietro Bussotti, psicologo dello sport e coordinatore di Psicologia dello sport dell’Ordine degli psicologi dell’Umbria. “Quello a cui abbiamo assistito – sottolinea – non è il fallimento di una prestazione atletica, bensì la manifestazione della sua profonda umanità. Il vero superpotere non è nei muscoli, è nella mente. Esiste un diffuso malinteso sportivo secondo cui un campione debba possedere una biologia indistruttibile. La verità è un’altra: il vero superpotere di Sinner non risiede nella pura tenuta fisica, ma nella sua tenuta mentale. Ciò che rende Sinner un fuoriclasse è la capacità di governare la pressione, di elaborare l’errore in tempo reale, di rimanere focalizzato sull’obiettivo anche quando il vento contrasta il gioco e di trovare soluzioni strategiche dove gli altri vedono soltanto ostacoli. E’ la mente che lo ha portato sul tetto del mondo”.
“Tuttavia, proprio qui emerge il grande paradosso dello sport d’élite: quando la determinazione porta un atleta a chiedere continuamente al corpo qualcosa in più, prima o poi il corpo presenta il conto. I malori, la spossatezza estrema e i blocchi fisici non sono una ‘mancanza’ di forza, ma il segnale di un organismo che ha consumato fino all’ultima risorsa disponibile per sostenere una richiesta prestativa altissima. La normalità della crisi nell’atleta d’élite: dobbiamo liberare lo sport d’élite dal mito dell’invulnerabilità – avverte lo psicologo – Chiedere al proprio corpo di performare ai massimi livelli mondiali, settimana dopo settimana e superficie dopo superficie, significa sottoporlo a uno stress psicofisico continuo. In quest’ottica, i momenti di difficoltà, che si tratti di infortuni, malattie, virus improvvisi o crisi di stanchezza acuta, non rappresentano l’eccezione, ma una componente fisiologica della carriera di un atleta di altissimo livello. Il corpo umano ha limiti biologici inevitabili. Quando un atleta attraversa una crisi, non sta fallendo. Sta semplicemente sperimentando il costo fisiologico della ricerca dell’eccellenza. Accettare che un campione possa stare male, avere la nausea o subire un crollo di energie significa comprendere lo sport nella sua interezza, lontano dalle logiche quasi videoludiche in cui tutto sembra programmabile e prevedibile”.
“Al termine del match – ricorda Bussotti – Sinner ha pronunciato una frase di una potenza psicologica enorme: ‘Non sono un robot’. In queste quattro parole non c’è soltanto la fotografia lucida di un momento di fragilità, ma anche un messaggio importante sul modo in cui l’ambiente esterno dovrebbe relazionarsi con il campione. Troppo spesso – osserva lo psicologo – tifosi e media trattano gli atleti come macchine da intrattenimento, pretendendo continuità assoluta e trasformando ogni difficoltà in un processo pubblico. Esternando la propria vulnerabilità, Sinner ci ricorda invece che dietro i trofei esiste una persona in carne ed ossa. Ed è proprio qui che si misura il vero sostegno del pubblico. Non soltanto nell’esaltazione delle vittorie, ma nella capacità di riconoscere quando un atleta ha bisogno di fermarsi, recuperare e proteggersi. Forse il punto più importante è proprio questo: non dobbiamo sostenere Sinner nonostante la sua fragilità, ma anche attraverso di essa. Perché ciò che rende straordinario un campione – conclude – non è l’assenza dei limiti, ma la capacità di attraversarli restando umano. ‘Non sono un robot’ non è stata una giustificazione. E’ stata una delle dichiarazioni più autentiche che lo sport moderno potesse offrirci”.
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