(Adnkronos) – La Roma, dopo la rocambolesca partita con il Bologna, è fuori dall’Europa League. Un fallimento, l’ennesimo, a cui la razionalità impone di aggiungere la forte probabilità di restare fuori dall’Europa che conta anche la prossima stagione, con la corsa alla Champions League che si è complicata non poco nelle ultime due settimane. Ci sono tante ragioni tecniche, alcune tattiche, altre legate alla gestione, a poter spiegare cosa è successo giovedì sera in un’Olimpico ancora una volta esaurito. E’ stato il campo a parlare, con una serie di errori che hanno presentato il conto finale.
L’analisi puntuale spetta a chi il calcio lo vive come professione, dagli addetti ai lavori ai cronisti sportivi. Ognuno ha la sua spiegazione, la sua versione dei fatti, la sua verità. Qualcuno è più lucido, qualcun altro meno. Se ne parla nelle chat whatsapp, quelle degli amici del calcetto o quella degli amici di sempre, se ne parla al bar, nei corridoi dei luoghi di lavoro, nelle scuole, ovunque il calcio è ancora un argomento democratico, relativamente libero, aperto a qualsiasi opinione.
Ma come vive oggi il tifoso vero, patente anche questa che ognuno di noi si attribuisce con più o meno consapevolezza, e anche con maggiore o minore attinenza alla realtà? Vive un malessere difficile da interpretare, e anche da confessare. Sa di essere eccessivo, spropositato, profondamente irrazionale. Oscilla pericolosamente tra fatalismo, quel ‘mai una gioia’ di un romanismo che ha una storia difficile alle spalle, un pessimismo senza soluzione, alimentato da pensieri basici, ‘un’altra stagione da buttare’ e ‘vanno cacciati tutti’, e un istinto di sopravvivenza che lo spinge a guardare alla prossima partita, a Roma-Lecce di domenica, a guardare dove giocheranno il Como e la Juventus, a rilanciare ‘al buio’ come il peggiore dei giocatori di poker. Dentro queste reazioni, che non si escludono a vicenda ma che anzi possono rapidamente avvicendarsi nello stesso quarto d’ora, ci sono tante sfumature diverse. Personali e anche collettive, quando si riescono a condividere e non restano una frustrazione solo privata.
Anche solo per descriverle sommariamente, il tifoso vero passa per un travaglio che resta difficilmente spiegabile. Alla fine, la strada più facile da percorrere è quella dell’outing: “Sì, sono esagerato. Sì, ci sono problemi ben più seri da affrontare. Sì, mi rendo conto che tutto questo possa far legittimanente ridere. Tutto vero, ma sono fatto così. E non scambierei la frustrazione di oggi con la tranquillità di uno sportivo o l’indifferenza di uno che non sa cosa sia il mio calcio, quello di un romanista vero (ne ho il titolo, certificato da cinquant’anni di tante sconfitte”. (Di Fabio Insenga)
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