I più giovani non escono dal perimetro delle notizie, ma lo attraversano in modo diverso. In dieci anni l’informazione tra i 18 e i 24 anni si è spostata dai siti editoriali verso piattaforme in cui la notizia compete con contenuti di altra natura e intercetta l’attenzione dentro un flusso continuo. È qui che si misura il cambiamento registrato dal Reuters Institute: il pubblico giovane è passato da un modello “online-first” a uno “social-first”. Oggi il 39% dei 18-24enni indica i social come fonte principale di news, mentre siti e app editoriali scendono al 24% e la tv al 21%.
Dalla homepage al feed
Il cambio di fase si vede prima di tutto nel punto d’accesso. Dieci anni fa, per i 18-24enni, l’ingresso principale nell’informazione passava ancora dai siti e dalle app degli editori; oggi passa soprattutto dai social. Secondo il Reuters Institute, nel 2015 il 36% dei giovani indicava siti e app editoriali come fonte principale di news, contro il 21% dei social. Nel 2025 il rapporto si è rovesciato: il 39% indica i social come primo accesso, mentre siti e app scendono al 24%. Anche la televisione arretra, fermandosi al 21%. Non è soltanto un riequilibrio tra mezzi diversi, ma uno spostamento del baricentro informativo verso ambienti in cui la notizia non si presenta più come destinazione autonoma, ma come contenuto immerso in una sequenza più ampia.
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Questo spostamento modifica anche il percorso concreto con cui si arriva all’attualità. Tra i 18 e i 24 anni, solo il 14% dichiara che il modo principale per accedere alle news è entrare direttamente in un sito o in un’app di informazione. La quota sale invece al 40% per chi arriva alle notizie dai social e al 26% per chi vi accede attraverso i motori di ricerca. La relazione con il marchio editoriale si indebolisce, perché l’incontro con la notizia avviene sempre più spesso in ambienti intermediati da piattaforme che selezionano, ordinano e rilanciano contenuti eterogenei. In questo assetto il brand resta sullo sfondo più facilmente di quanto accadesse nell’epoca della homepage o del palinsesto televisivo, e il rapporto diretto con la testata perde centralità anche quando il contenuto giornalistico continua a circolare.
Il quadro italiano si muove nella stessa direzione. L’Osservatorio Agcom 2025 segnala che tra i 14 e i 24 anni il 38,5% si informa esclusivamente in rete, mentre nella fascia over 65 circa una persona su due continua ad affidarsi solo ai mezzi tradizionali. La differenza generazionale non riguarda quindi soltanto la preferenza per un mezzo, ma il modo stesso in cui si costruisce il rapporto con le notizie. Nei più giovani l’accesso alle notizie si concentra sempre più dentro l’ambiente digitale, spesso attraverso un solo canale prevalente, mentre nelle età più avanzate resta forte il legame con televisione, radio e stampa. È da questo scarto che si misura la ridefinizione del mercato dell’informazione: non una semplice sostituzione di supporti, ma un diverso rapporto tra pubblico, piattaforme e media.
Dove si sposta l’attenzione
Dentro questo nuovo assetto cambiano anche le piattaforme che organizzano l’accesso alle notizie. Il rapporto del Reuters Institute indica quattro ambienti ormai centrali per i 18-24enni: Instagram al 30%, YouTube al 23%, TikTok al 22% e X al 20%. Il dato più eloquente riguarda il ridimensionamento di Facebook, che tra i giovani passa dal 53% al 16% in meno di un decennio. Il passaggio non segnala soltanto il ricambio fra piattaforme, ma il consolidamento di un ecosistema in cui i contenuti visuali e audiovisivi occupano una posizione dominante. La notizia, in questo contesto, entra in una sequenza regolata da video brevi, raccomandazione algoritmica e tempi di fruizione molto più compressi rispetto a quelli che hanno storicamente sostenuto l’accesso ai siti editoriali.
Nello stesso spazio si ridefinisce anche il rapporto tra testata e soggetto che parla. Tra i giovani che usano i social per informarsi, il 51% dichiara di prestare maggiore attenzione ai singoli creator o alle personalità, mentre il 39% indica i brand di informazione tradizionali. La centralità dei creator non coincide necessariamente con una sostituzione delle fonti giornalistiche, ma segnala che una parte crescente dell’attenzione si concentra su figure che selezionano, spiegano e ricompongono l’attualità in forme più riconoscibili all’interno delle piattaforme. Il punto di contatto con la notizia tende così a spostarsi dal marchio editoriale alla mediazione personale, soprattutto nei contesti in cui il contenuto circola accanto a intrattenimento, commento e contenuti nativi del feed.
Il quadro italiano aggiunge un elemento utile sul rapporto fra consumo e affidabilità. Secondo l’Osservatorio Agcom 2025, tra i 14 e i 24 anni i social media sono indicati come mezzo “più affidabile” dal 10,4% e gli influencer dal 4,6%, quote superiori a quelle registrate sull’intera popolazione ma ancora lontane da quelle attribuite alle fonti editoriali. La stessa rilevazione mostra infatti che televisioni, radio e quotidiani continuano a essere considerati i soggetti più solidi quando si parla di notizie complete, verificate e corrette. La crescita del peso dei creator e delle piattaforme personali non elimina quindi il riconoscimento dell’autorevolezza giornalistica, ma modifica il punto in cui si intercetta l’attenzione e il modo in cui una quota del pubblico giovane entra in contatto con l’informazione.
Che cosa manca ai media tradizionali
Il rapporto con l’informazione non si ridefinisce solo nei canali d’accesso, ma anche nella gerarchia degli argomenti. Secondo il Reuters Institute, tra i 18 e i 24 anni solo il 35% si dichiara “molto” o “estremamente” interessato alle notizie, contro il 52% degli over 55. All’interno di questa minore intensità di interesse si osserva anche una diversa graduatoria dei temi seguiti: i giovani mostrano una minore attenzione relativa per la politica e una sensibilità più alta verso contenuti legati a scienza, tecnologia, salute mentale e temi percepiti come più vicini alla vita quotidiana. Non si tratta quindi di una semplice contrazione del consumo, ma di un riordino delle priorità informative dentro un ambiente in cui la notizia compete con una quantità molto più ampia di stimoli.
La distanza dai media tradizionali passa anche dalla leggibilità. Il Reuters Institute rileva che tra i giovani che evitano le notizie pesa più che nelle fasce adulte la sensazione che molti contenuti non siano rilevanti per la propria vita o risultino difficili da seguire e da capire. Alla minore intenzionalità d’accesso si aggiunge quindi una soglia d’ingresso più alta per una parte dell’offerta giornalistica, soprattutto quando presuppone familiarità con contesti politici, istituzionali o internazionali già dati per acquisiti. La stessa ricerca del Parlamento europeo sul pubblico tra i 16 e i 30 anni conferma che i social sono diventati la prima fonte di informazione su temi politici e sociali, al 42%, davanti alla televisione al 39%, segnalando uno spostamento verso spazi in cui velocità, sintesi e immediatezza pesano più della struttura tradizionale della copertura giornalistica.
A questa difficoltà si somma una percezione di sottorappresentazione che riguarda direttamente il rapporto con il sistema dei media. Il Reuters Institute segnala che il 31% dei giovani ritiene che la propria fascia d’età non sia sufficientemente coperta dai media, mentre in Italia l’Osservatorio Agcom registra tra i 14 e i 24 anni livelli di fiducia più fragili e una maggiore propensione a cercare riferimenti informativi fuori dai percorsi editoriali tradizionali, pur continuando a riconoscere alle fonti giornalistiche il primato in termini di completezza e verifica.
L’Ai come scorciatoia d’accesso alle notizie
La novità più recente riguarda il modo in cui una parte del pubblico giovane usa l’intelligenza artificiale per orientarsi nell’attualità. Secondo il Reuters Institute, circa il 15% dei 18-24enni utilizza ogni settimana strumenti di Ai per accedere alle news, contro il 3% degli over 55. Tra i giovani che già li impiegano, quasi la metà li usa per rendere più facile la comprensione di una notizia complessa, mentre il 43% li utilizza per ottenere un riassunto. Più che come fonte autonoma, l’Ai compare quindi come passaggio intermedio: uno strumento che semplifica, condensa e riorganizza il contenuto prima dell’eventuale accesso diretto alla notizia.
Questo uso si inserisce in un contesto più ampio di familiarità tecnologica. Eurostat rileva che nel 2025 il 63,8% dei giovani europei tra i 16 e i 24 anni ha utilizzato strumenti di Ai generativa, a fronte del 32,7% registrato sull’intera popolazione tra i 16 e i 74 anni. In Italia la quota scende al 47,2%, ma resta indicativa di una diffusione già ampia nella fascia più giovane. Quando questa familiarità si combina con un sistema informativo percepito come dispersivo, lungo o difficile da decifrare, i chatbot tendono a occupare uno spazio preciso: non sostituiscono la notizia, ma accorciano il percorso per arrivarci e, in molti casi, ne riducono il costo di accesso.
Il punto, anche in questo caso, non coincide con una sostituzione lineare del giornalismo. Gli stessi dati mostrano che i giovani restano più aperti all’uso dell’Ai per spiegare, sintetizzare o rispondere a domande sulle news che non a una produzione completamente automatizzata dell’informazione. Parallelamente, le rilevazioni Agcom continuano a indicare nelle fonti editoriali i soggetti ritenuti più affidabili quando si parla di notizie complete, verificate e corrette. L’IA si colloca quindi in una funzione di supporto all’accesso e alla comprensione, dentro un ambiente in cui l’autorevolezza delle testate non scompare, ma si misura con nuovi passaggi intermedi, nuovi filtri e nuove abitudini di lettura.
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Giovani
content.lab@adnkronos.com (Redazione)



