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El Koudri, Marroni: “Disturbo schizoide curato solo nella fase acuta”, perché è un problema

Cosa è il disturbo schizoide di personalità diagnosticato a Salim El Koudri, il 31enne che a Modena ha falciato otto pedoni con la sua Citroen C3 grigia?

Chi lo conosce descrive il ragazzo come uno studente modello (ha una laurea in Economia e Marketing), ma anche come un individuo particolarmente taciturno che negli ultimi tempi era diventato molesto. Caratteristiche apparentemente inconciliabili, che vanno lette anche alla luce del disturbo diagnosticato a Salim El Koudri.

La psicologa Valentina Marroni, sentita da Demografica, spiega: “Spesso queste persone vivono il contatto sociale come faticoso, frustrante o minaccioso”. Abbiamo approfondito con lei gli aspetti sanitari di questa condizione, cercando di capire quale sia il ruolo della famiglia e della società nella gestione di questi casi.

Cosa è il disturbo schizoide di personalità?

Partiamo dalla definizione: “Il disturbo schizoide di personalità è un disturbo caratterizzato da forte isolamento emotivo e sociale. La persona tende a chiudersi in sé stessa, fatica a costruire relazioni profonde, prova spesso un senso di estraneità rispetto agli altri e può apparire fredda o distante, anche se interiormente vive una sofferenza importante”, dice la psicologa Marroni, che aggiunge: “Spesso queste persone si rifugiano in mondi percepiti come più sicuri e controllabili, come internet, i videogiochi o attività solitarie, perché il contatto sociale viene vissuto come faticoso, frustrante o minaccioso”.

La differenza con la schizofrenia

“Bisogna fare una precisazione fondamentale: nel caso di Salim El Koudri non si parla di schizofrenia, ma di disturbo schizoide di personalità, che è una condizione clinica diversa.
La schizofrenia è un disturbo psicotico che può comportare perdita del contatto con la realtà, deliri e allucinazioni. Il disturbo schizoide di personalità, invece, riguarda soprattutto il ritiro sociale, la difficoltà relazionale, l’isolamento emotivo e una profonda sofferenza interna.

Fare questa distinzione – evidenzia la psicologa – è importante perché troppo spesso nel dibattito pubblico si tende a usare termini psichiatrici in modo improprio, alimentando confusione e stigma”.

Come viene diagnosticato?

“La diagnosi viene effettuata da specialisti della salute mentale attraverso colloqui clinici approfonditi, osservazione del funzionamento relazionale della persona e analisi della sua storia personale e familiare. Il disturbo schizoide è inserito nel Dsm-5, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, all’interno dei disturbi di personalità del Cluster A, caratterizzati da difficoltà relazionali, isolamento emotivo e ritiro sociale”, spiega Marroni.

Trattare questa condizione non è semplice: “Molto spesso questi quadri si accompagnano ad altre fragilità psicologiche o psichiatriche e a vissuti traumatici, familiari o sociali. Per questo la diagnosi richiede tempo, continuità clinica e un lavoro multidisciplinare tra psichiatri, psicologi e servizi territoriali”.

Dal 2022 al 2024, Salim El Koudri, nato da genitori marocchini ma italiano da quattordici anni, era seguito presso il Centro di igiene mentale di Castelfranco Emilia. La difesa chiederà la perizia psichiatrica.

Disturbo schizoide di personalità e gestione pubblica

Cosa può fare la Pubblica Amministrazione quando viene segnalato un soggetto potenzialmente soggetto a questa condizione?

“Quando una persona manifesta una sofferenza psichica importante, il compito della rete pubblica dovrebbe essere quello di attivare una presa in carico reale e continuativa. I Dipartimenti di Salute Mentale, i Centri di Salute Mentale, gli psicologi territoriali, gli educatori e gli assistenti sociali dovrebbero lavorare insieme per costruire attorno alla persona una rete di contenimento e supporto”.

Cosa è andato storto nella gestione del disturbo di El Koudri?

Alla base c’è l’atavico problema della sanità italiana, che genera conseguenze a cascata: la mancanza di strutture e di personale. “Il problema – spiga Marroni – è che oggi, molto spesso, i servizi sono sottodimensionati: mancano operatori, risorse, tempo e continuità terapeutica. Di conseguenza, molte persone vengono seguite solo nelle fasi acute o emergenziali, mentre le famiglie restano sole a gestire situazioni molto complesse”.

Pensare di poter contenere il disturbo schizoide di personalità solo con gli psicofarmaci è sbagliato: “Il farmaco può aiutare a contenere alcuni sintomi, ma non cura la sofferenza relazionale, il trauma, l’isolamento e il disagio esistenziale. Per questo servono percorsi integrati che comprendano psicoterapia, supporto familiare, reinserimento sociale e accompagnamento costante”, spiega la psicologa.

Il ruolo della famiglia e della società

Qual è, se esiste, il ruolo della famiglia in questa patologia?

“La famiglia ha un ruolo molto importante, non nel senso di ‘responsabilità’, ma nel senso di contesto emotivo e relazionale in cui una persona cresce e costruisce la propria identità. Molte persone con gravi difficoltà relazionali hanno vissuto storie caratterizzate da svalutazione, freddezza emotiva, conflitti, violenza psicologica o mancanza di riconoscimento affettivo. Altre volte si tratta di famiglie incapaci di comprendere la fragilità del proprio figlio e quindi inconsapevolmente portate ad aumentare il senso di isolamento e inadeguatezza”.

Ancora una volta, una strategia di cura efficace passa da un approccio di ampia visione: “È fondamentale lavorare non solo sull’individuo ma sull’intero sistema familiare”, avverte Marroni spiegando che “coinvolgere la famiglia nei percorsi terapeutici può aiutare a ridurre conflitti, incomprensioni e dinamiche distruttive che altrimenti rischiano di aggravare ulteriormente la sofferenza della persona”.

La realtà, tuttavia, è molto distante dalla teoria: “Spesso le famiglie sono lasciate da sole a farsi carico delle patologie mentali, quindi non solo spesso sono state la matrice della sofferenza, ciononostante sono anche l’unico contenitore, a cui ci si affida per la cura del paziente”.

Quali sono le condizioni sociali che rendono più probabile questa condizione?

“Tra le condizioni che possono aumentare la fragilità psicologica e il rischio di isolamento patologico troviamo: l’emarginazione sociale, la solitudine cronica, il bullismo, la discriminazione, le difficoltà economiche, l’assenza di reti di supporto e il fallimento nei percorsi relazionali o lavorativi”.

Gran parte di questi elementi tornano nelle email inviate da Salim El Koudri nel 2021 all’Università di Modena dopo un mancato rinnovo di contratto: “Dovete farmi lavorare come impiegato non magazziniere capito e qua a Modena e non in culo al mondo dove ti rimangono in tasca 500 euro al mese se ti va bene”. Dopo pochi minuti: “Fatemi lavorare” e nella terza email: “Bastardi cristiani di merda voi e il vostro gesù cristo in croce lo brucio”. Dopo meno di un’ora una il ragazzo inviò una mail di scuse: “Mi dispiace per la maleducazione”. Una progressione che evidenzia un forte stato confusionario e un profondo senso di emarginazione sociale.

“Viviamo in una società sempre più individualista, dove molte persone si sentono invisibili, non riconosciute e senza uno spazio reale di appartenenza. In soggetti già vulnerabili, queste condizioni possono accentuare il ritiro sociale e la sofferenza emotiva”, spiega Marroni.

Le indagini non hanno trovato alcun collegamento tra il ragazzo e le associazioni terroristiche jihadiste, mentre emerge con chiarezza che Salim El Koudri odiasse un po’ tutti, compresi i genitori.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha sottolineato che “gli inquirenti faranno ulteriori accertamenti”, specificando che il fatto non sembra di matrice religiosa, quanto da collocare “in una situazione di disagio psichiatrico”.

Anche alla luce di queste evidenze, “È importante evitare semplificazioni: la sofferenza mentale non ha nazionalità, etnia o religione. Può riguardare chiunque. E proprio per questo dovrebbe essere affrontata con strumenti clinici, sociali e umani”, chiosa la psicologa Valentina Marroni.

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content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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