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Due o tre figli tra i 24 e i 38 anni rallentano l’invecchiamento: lo studio

Il numero di figli e l’età in cui si diventa madri lasciano un’impronta biologica misurabile, che si riflette sulla durata della vita. Un’impronta che, secondo uno studio pubblicato l’8 gennaio 2026 su Nature Communications dall’Università di Helsinki e dal Minerva Foundation Institute for Medical Research, assume la forma di una curva a U: agli estremi (nessun figlio o più di quattro) l’invecchiamento biologico accelera, mentre nel mezzo — due o tre figli — il corpo delle donne sembra “invecchiare meglio”.​ Questo beneficio si verifica soprattutto se la maternità avviene tra i 24 e i 38 anni di età.

Non è una scoperta da tradurre in consigli individuali, avvertono subito gli autori. Ma è un tassello che collega biologia evoluzionistica, scelte riproduttive e demografia, in un momento storico in cui l’età media al primo figlio continua a salire e il numero medio di figli per donna a scendere.

Lo studio: 15.000 gemelle finlandesi seguite per 45 anni 

Il lavoro si basa sul Finnish Twin Cohort, una delle banche dati più ricche al mondo per studi sulla genetica e sugli stili di vita: quasi 15.000 donne gemelle nate tra il 1880 e il 1957, invitate a compilare un questionario nel 1975 e seguite regolarmente fino al 2020.​

Accanto ai dati di mortalità, i ricercatori hanno analizzato campioni di sangue di oltre mille partecipanti per misurare l’invecchiamento biologico attraverso gli “orologi epigenetici”, strumenti molecolari che stimano l’età biologica osservando modifiche chimiche nel Dna. L’idea è semplice: si può risultare biologicamente più vecchi o più giovani della propria età anagrafica. E chi è biologicamente più vecchio del previsto ha un rischio di morte più alto.​

“Una donna biologicamente più ‘vecchia’ della sua età di calendario ha un rischio più alto di morte”, spiega Miina Ollikainen, responsabile dello studio. “I nostri risultati mostrano che le scelte di storia di vita lasciano un’impronta biologica duratura che può essere misurata molto prima della vecchiaia”.

La curva a U: meglio due-tre figli che zero o cinque

Il risultato più netto riguarda il numero di figli. Le donne con due o tre figli mostrano gli indicatori di invecchiamento biologico più favorevoli e la longevità maggiore. Agli estremi della curva, invece, le cose cambiano.​

Chi ha partorito più di quattro figli risulta biologicamente più anziana della sua età cronologica e, mediamente, vive meno a lungo. Un dato che, secondo gli autori, si spiega con la teoria del “trade-off evolutivo”: energie e risorse limitate vengono dirottate sulla riproduzione, sottraendole alla cura dell’organismo.​ “Dal punto di vista della biologia evoluzionistica, gli organismi hanno risorse limitate come tempo ed energia”, spiega Mikaela Hukkanen, dottoranda e prima autrice dello studio, che aggiunge: “Quando una grande quantità di energia viene investita nella riproduzione, viene sottratta alla manutenzione corporea e ai meccanismi di riparazione, cosa che potrebbe ridurre la durata della vita.”​

Ma c’è un secondo dato, più inatteso che mette in relazione la longevità delle donne e la maternità: anche le donne senza figli mostrano un invecchiamento biologico accelerato rispetto a chi ha avuto due o tre figli. Qui la cautela interpretativa è d’obbligo: gli autori sottolineano che la nulliparità (la condizione di una donna che non ha mai partorito) può essere legata a fattori di salute preesistenti, problemi di fertilità o scelte di vita associate a profili di rischio diversi. La correlazione individuata dallo studio non dimostra che l’assenza di figli sia la causa diretta dell’invecchiamento accelerato.​

L’età conta: la finestra “ottimale” è tra 24 e 38 anni

Accanto al numero di figli, risulta rilevante anche il momento in cui arriva la maternità. Le gravidanze avvenute tra i 24 e i 38 anni circa si associano a pattern di invecchiamento biologico più favorevoli.​

Ma anche qui emerge una complessità che sfugge ai titoli facili. “In alcune delle nostre analisi, avere un figlio in giovane età era anche associato all’invecchiamento biologico”, precisa Ollikainen. Il che suggerisce che la maternità molto precoce (sotto i 20 anni, epoca comune nelle coorti più anziane dello studio) può comportare stress fisici e sociali che si riflettono sul corpo e sulla longevità della donna.

La finestra 24-38 anni non va quindi interpretata come una “ricetta medica”, ma come l’osservazione di un pattern statistico su una popolazione nata in un’epoca in cui le condizioni sociali, economiche e sanitarie erano radicalmente diverse dalle nostre.

Che cos’è l’età epigenetica (e perché non è fantascienza) 

Gli orologi epigenetici utilizzati nello studio sono tecniche consolidate che misurano modifiche chimiche sul Dna, in particolare la metilazione (l’aggiunta di gruppi metile a specifiche regioni del genoma).​

Queste modifiche non alterano la sequenza del Dna, ma ne regolano l’espressione, cioè quali geni vengono attivati o silenziati. Con l’invecchiamento, i pattern di metilazione cambiano in modo prevedibile, permettendo di calcolare un’“età biologica” che può discostarsi da quella anagrafica.​

Negli ultimi anni, decine di studi hanno dimostrato che l’età epigenetica predice meglio della semplice data di nascita il rischio di malattie cardiovascolari, tumori e mortalità precoce. Lo studio finlandese aggiunge un tassello: anche le scelte riproduttive — quanti figli, quando — lasciano un segno misurabile in questi orologi molecolari.​

Perché questo studio non va trasformato in un consiglio

Miina Ollikainen è stata esplicita nel comunicato stampa: “Una donna, individualmente, non dovrebbe quindi considerare di cambiare i propri piani o desideri riguardo ai figli sulla base di questi risultati.”​

Il motivo è semplice: lo studio fotografa correlazioni a livello di popolazione, non rapporti di causa-effetto individuali. Le donne della coorte finlandese sono nate tra il 1880 e il 1957, in contesti sociali, economici e sanitari lontani anni luce da quelli attuali. La maggior parte ha avuto figli in un’epoca in cui il lavoro femminile era limitato, l’accesso alla contraccezione inesistente o scarso, e la mortalità materna molto più alta.​

Applicare meccanicamente questi risultati alle scelte riproduttive del 2026 significherebbe ignorare che oggi l’età media al primo figlio in Italia supera i 31 anni (Istat, dati 2024), che oltre il 40% delle donne italiane laureate ha il primo figlio dopo i 35 anni, e che le condizioni di salute, nutrizione e assistenza medica sono incomparabili rispetto a un secolo fa.​

Il paradosso demografico: quando la biologia incontra la società

Lo studio finlandese arriva in un momento storico paradossale. Da un lato, la ricerca suggerisce che due-tre figli in una certa finestra di età possano essere associati a esiti favorevoli di longevità. Dall’altro, le condizioni sociali ed economiche di gran parte dei paesi occidentali rendono quel modello sempre più difficile da realizzare.

In Italia, il tasso di fecondità totale è sceso a 1,18 figli per donna (Istat, 2024), il più basso in Europa assieme alla Spagna e uno tra i più bassi al mondo. L’età media al primo figlio continua a salire, spinta da precarietà lavorativa, costi abitativi, assenza di servizi per l’infanzia e una situazione sociale, politica e ambientale che getta ombre sul futuro. Il risultato è che la “finestra biologicamente ottimale” identificata dallo studio finlandese (24-38 anni) coincide sempre più con la fase di massima instabilità economica e lavorativa per le donne italiane.​

Trasformare questo studio in una lezione morale (“dovreste fare figli prima e di più”) sarebbe non solo scorretto scientificamente, ma anche cinico sul piano sociale. I dati dicono semmai l’opposto: se la biologia evoluzionistica premia un certo pattern riproduttivo, è compito delle politiche pubbliche creare le condizioni perché chi desidera quel pattern possa realizzarlo senza sacrificare carriera, stabilità economica e salute mentale.

Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

© Riproduzione riservata

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