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Cura, per una famiglia su tre incide per oltre il 30% del reddito

Per una famiglia su tre il lavoro di cura incide per oltre il 30% del reddito. Nel 53,8% dei casi è una donna a ridurre o lasciare il lavoro. È questa la fotografia scattata da un sondaggio condotto da Nuova Collaborazione, associazione nazionale datori di lavoro domestico, che ha analizza l’impatto economico e occupazionale dei bisogni di assistenza e lavoro domestico.

In un’Italia che invecchia e che fatica a trovare un equilibrio tra vita professionale e necessità assistenziali, la cura non può più essere relegata solo a mera questione privata.

La cura costa un terzo dello stipendio

L’analisi traccia un quadro preoccupante dell’impatto della non autosufficienza sui bilanci domestici. Per una famiglia su tre (il 33,8%), la spesa destinata all’assistenza assorbe oltre il 30% del reddito mensile. Se a questo dato si aggiunge un ulteriore 13,8% di nuclei che dichiara un’incidenza tra il 20% e il 30%, emerge come quasi la metà dei datori di lavoro domestico debba destinare una quota massiccia delle proprie entrate per garantire il supporto necessario tra le mura di casa.

Esiste inoltre una zona d’ombra rappresentata da un 35,4% di intervistati che non riesce a quantificare con precisione il peso complessivo di tali uscite, segno di una pressione economica costante e spesso magmatica. Al contrario, solo una minima parte della popolazione (il 6,2%) dichiara di non avere, al momento, bisogni di cura significativi.

Anziani e disabilità i bisogni prioritari

Il bisogno di assistenza è dettato principalmente dalle fragilità legate alla salute e all’età avanzata, riflettendo pienamente i trend demografici del Paese. L’assistenza a persone con disabilità rappresenta la principale fonte di pressione economica per il 40% delle famiglie, seguita a stretto giro dall’assistenza continuativa agli anziani (33,8%). Solo in terza battuta troviamo la gestione dei figli per la conciliazione vita-lavoro, che riguarda il 16,9% del campione. Questi dati confermano come la perdita di autonomia, per invecchiamento o patologia, sia il vero nodo critico del sistema di welfare italiano attuale.

Il prezzo della cura è (ancora) tutto sulle spalle delle donne

L’aspetto forse più critico riguarda la parità di genere e l’occupazione. In assenza di supporti esterni adeguati, il “debito di cura” viene saldato quasi esclusivamente dalle componenti femminili della famiglia. Il sondaggio rivela che nel 53,8% dei casi è stata una donna a dover ridurre l’orario di lavoro o ad abbandonare definitivamente l’impiego per farsi carico dei bisogni assistenziali.

La disparità con la controparte maschile è netta: solo nel 6,2% dei casi la rinuncia ha riguardato un uomo, e nella stessa percentuale di casi la riduzione ha coinvolto entrambi i partner. Solo un esiguo 10,8% è riuscito a non sacrificare la propria carriera grazie a supporti esterni. Come sottolineato da Alfredo Savia, presidente di Nuova Collaborazione, questa dinamica ha ripercussioni strutturali non solo sul reddito immediato, ma anche sulla progressione di carriera e sulla futura contribuzione previdenziale delle donne.

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La sfida della regolarità: un investimento percepito come costo

Nonostante il valore sociale del lavoro domestico regolare sia riconosciuto, il 52,3% delle famiglie lo percepisce come un costo di difficile sostenibilità. Solo il 12,3% degli intervistati riesce a inquadrarlo come un investimento necessario per garantire la propria continuità lavorativa, mentre una quota marginale (3,1%) lo ritiene meno conveniente rispetto alle soluzioni informali o al lavoro irregolare. Resta un 7,7% che lo considera un onere necessario ma comunque gestibile sotto il profilo economico.

Le richieste alla politica: servono aiuti diretti e meno burocrazia

Per uscire dall’impasse, le famiglie italiane chiedono interventi concreti. La priorità assoluta è rappresentata dai sostegni economici diretti, indicati dal 63,1% del campione come la misura più efficace. Tra le altre soluzioni invocate figurano:

  • Servizi pubblici domiciliari integrati (18,5%);
  • Semplificazione burocratica per le procedure di assunzione (9,2%);
  • Maggiori incentivi fiscali o detrazioni (4,6%).

Solo il 4,6% degli intervistati ritiene che nessuna di queste opzioni possa essere realmente risolutiva. La conclusione di Savia è netta: la cura non è più un’emergenza temporanea, ma una sfida sistemica. Trasformare l’assistenza familiare in una parte integrante e sostenibile del sistema di welfare nazionale è l’unico modo per garantire non solo la tenuta economica dei nuclei familiari, ma anche la coesione sociale e la legalità nel mercato del lavoro.

Welfare

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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