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martedì 17 Febbraio 2026
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Congelati gratis sperma e ovuli dei soldati: così l’Ucraina “salva” i figli della guerra

Maxim ha 35 anni. Risponde al telefono da una trincea sul fronte orientale. Mentre parla, il ronzio dei droni russi è una minaccia costante sopra la sua testa. Poco prima di tornare al fronte dopo una licenza, sua moglie lo ha convinto a fare un gesto insolito per un soldato: entrare in una clinica di Kiev e depositare il proprio seme. Per Maxim non è un tabù, ma una strategia di difesa nazionale: “I nostri uomini muoiono – racconta Maxim -. Il patrimonio genetico ucraino sta scomparendo. Qui si tratta della sopravvivenza della nostra nazione”.

Stiamo parlando della crioconservazione, la pratica di congelare ovuli o sperma per posticipare la genitorialità preservando la fertilità. In un Paese in guerra, nel quale si stima ci siano 1,8 milioni di soldati tra morti, feriti e dispersi, investire anche in gameti significa garantire il futuro della popolazione. Quello che era iniziato nel 2022 come un servizio gratuito offerto da cliniche private, oggi, perciò, è diventato una politica di Stato.

Nel 2023, il Parlamento ucraino ha approvato una legge che finanzia direttamente il congelamento di sperma e ovuli per i militari. L’obiettivo è chiaro: permettere a chi difende il Paese di non perdere la propria possibilità di avere una famiglia, anche di fronte a ferite invalidanti o alla morte.

Una nazione che scompare: perché lo Stato paga

La crisi demografica ucraina è un abisso che si è aperto ben prima dell’invasione, ma che la guerra ha reso una voragine. Milioni di persone, soprattutto donne e bambini, sono fuggite all’estero. Al fronte, i più giovani e forti, la base del futuro demografico, cadono ogni giorno. Il problema non è solo la morte fisica, ma anche il declino biologico dei sopravvissuti. Lo stress dei combattimenti e le notti insonni sotto i droni riducono drasticamente la capacità riproduttiva. Nelle cliniche di Kiev, il numero di gravidanze è dimezzato dall’inizio del conflitto.

A raccontare questo dramma demografico è un reportage della Bbc, nel quale, Oksana Holikova, direttrice di un centro di medicina riproduttiva, racconta che le donne soffrono di una “sindrome da vita sospesa“: hanno il terrore di restare incinte se poi devono correre nei rifugi durante i raid. In questo contesto, il congelamento di sperma diventa per i soldati come Maxim “una preoccupazione in meno” durante la battaglia.

La svolta legale sul diritto alla vita dopo la morte

Inizialmente, la legge ucraina prevedeva la distruzione dei campioni biologici in caso di decesso del soldato. Questa norma ha scatenato la protesta delle vedove di guerra, portando a un cambiamento radicale. Il caso simbolo è quello di Katerina Malyshko. Dopo che suo marito Vitaly è stato ucciso da una bomba, la clinica le ha negato l’uso degli embrioni congelati. Katerina ha combattuto in tribunale per sei mesi per ottenere il diritto di onorare il progetto di vita iniziato con il marito.

Grazie a queste battaglie, oggi la legge ucraina permette di conservare gratuitamente il materiale biologico fino a tre anni dopo la morte del militare. Se il partner ha lasciato un consenso scritto, la vedova può procedere con la fecondazione. “I figli dei soldati caduti dovrebbero avere la possibilità di vivere nel Paese per cui i loro padri sono morti”, ha spiegato Katerina al quotidiano britannico.

Il caso italiano: il confine invalicabile della “coppia vivente”

Mentre l’Ucraina sposta i confini della bioetica per necessità bellica, l’Italia segue una strada molto più rigida. Nel nostro Paese, la Procreazione medicalmente assistita (Pma) è regolata dalla Legge 40/2004. Secondo l’articolo 5 di questa legge, per accedere alle tecniche riproduttive è necessario che entrambi i membri della coppia siano viventi. La donazione di sperma post-mortem è quindi vietata per un principio preciso: lo Stato italiano vuole che ogni progetto genitoriale nasca all’interno di una coppia esistente, evitando la creazione intenzionale di una famiglia con un genitore già defunto.

Esiste però una zona grigia su cui i tribunali italiani – nel 2015 a Bologna e nel 2019 a Lecce – si sono pronunciati in direzione opposta. Se la coppia ha già creato degli embrioni in laboratorio prima della morte dell’uomo, il divieto può decadere. In questi casi, il diritto alla vita dell’embrione e la volontà espressa dal padre quando era in vita permettono alla donna di procedere con l’impianto nell’utero. Al di fuori di questa eccezione, l’Italia resta un Paese dove la morte di un partner chiude, per legge, ogni porta alla procreazione assistita.

Fertilità

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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