LIVORNO – L’Italia detiene un allarmante primato negativo in Europa: è al primo posto per la produzione di anidride carbonica derivante dal traffico marittimo passeggeri. Una situazione aggravata da una flotta di traghetti caratterizzata da un’età anagrafica estremamente avanzata. Per invertire questa rotta, l’associazione Cittadini per l’aria, supportata dalla rete nazionale Facciamo Respirare il Mediterraneo, ha formalmente interpellato l’Autorità di Regolazione dei Trasporti (ART), chiedendo l’introduzione di rigidi vincoli ecologici nei futuri contratti di servizio per la continuità territoriale verso le isole.
La proposta della rete civica stabilisce un obiettivo minimo: la riduzione del 30% delle emissioni inquinanti rispetto ai livelli attuali. Parallelamente, le associazioni chiedono di escludere l’utilizzo degli scrubber, sistemi di lavaggio dei fumi che permettono alle compagnie di navigazione di risparmiare sui carburanti, ma che finiscono per scaricare sostanze nocive direttamente nell’ecosistema marino. La vera prospettiva di sviluppo, secondo i promotori, risiede nell’elettrificazione delle flotte, un processo che richiederebbe la predisposizione di stazioni di ricarica sulle banchine (il cosiddetto cold ironing), infrastrutture a oggi ancora lontane dall’essere realizzate.
L’emergenza sanitaria e l’ultimatum europeo
L’inquinamento atmosferico rappresenta nel nostro Paese una vera e propria emergenza sanitaria, causando ogni anno oltre 70.000 decessi prematuri (primato Ue per le morti legate a PM2,5, NO2 e Ozono). I porti urbani sono tra le zone più colpite: i dati ISDE basati sui rilievi ARPA indicano Napoli, Palermo e Genova come le realtà più critiche. A livello europeo, il peso delle navi italiane è schiacciante. Il registro CEIP del 2023 imputa al nostro traffico marittimo oltre il 50% delle emissioni continentali di black carbon, quasi la metà del PM 2.5 e circa un terzo degli ossidi di azoto (NOx) dell’intero settore. Un quadro che ha spinto le istituzioni di Bruxelles a intervenire drasticamente: all’inizio del 2026, l’Unione Europea ha intimato all’Italia di aggiornare il proprio Piano Nazionale di Controllo dell’Inquinamento Atmosferico entro due mesi, pena un nuovo deferimento dinanzi alla Corte di Giustizia.
Il potenziale elettrico e il caso dell’Arcipelago Toscano
Dal punto di vista tecnologico, la transizione è realizzabile. Uno studio di Transport & Environment certifica che un traghetto italiano su quattro potrebbe essere convertito all’elettrico già oggi in modo economicamente conveniente, percentuale destinata a salire al 77% entro il 2035 per l’insieme delle tratte.
Nonostante questi dati, gli attuali bandi pubblici per l’assegnazione delle rotte risultano privi di criteri ambientali premianti. L’esempio più evidente riguarda l’Isola d’Elba: la recente gara per la continuità territoriale (un affidamento dodicennale da 789 milioni di euro) ha visto presentarsi un unico soggetto, l’attuale gestore Toremar, che impiega navi con un’anzianità di servizio compresa tra i 20 e i 46 anni.
Le tratte brevi offrono invece il terreno ideale per la conversione ecologica. I comitati locali sottolineano come i collegamenti verso l’Elba, il Giglio o la rotta giornaliera sotto le tre ore tra Livorno e Capraia siano perfettamente compatibili con navi a zero emissioni, alimentate da fonti rinnovabili. Da qui la richiesta finale all’ART: qualora i nuovi contratti superino i cinque anni di durata, i bandi dovranno imporre agli armatori una progressiva modifica del naviglio verso l’elettrificazione totale, garantendo il diritto alla mobilità degli isolani senza compromettere la qualità dell’aria e dell’acqua.



