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martedì 21 Luglio 2026
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Livorno, offese sessiste alla vicesindaca Camici

La numero due della giunta Salvetti replica le offese sessiste ricevute per l'abbigliamento e valuta azioni legali

LIVORNO – Nuove offese sessiste alla vicesindaca Camici hanno scosso il dibattito pubblico cittadino dopo una conferenza stampa convocata d’urgenza sul tema degli Orti Urbani. L’incontro, nato per rispondere alle polemiche sulla vendita dell’area a un’impresa edile, si è trasformato in un caso separato: numerosi commenti online hanno preso di mira l’abbigliamento della vicesindaco Libera Camici, ritenuto da alcuni utenti poco adatto a un contesto istituzionale.

A innescare la discussione è stato un intervento di Luca Ribechini, presidente dell’associazione Livorno Porto Pulito, che ha messo in dubbio l’opportunità dell’abito indossato durante l’evento pubblico. Nel suo primo post, Ribechini si è chiesto se si trattasse di “un abbigliamento che il Protocollo Comunale ritiene consono ad una pubblica conferenza stampa”, aggiungendo che una risposta affermativa rivelerebbe una visione “abbastanza sessista (diciamo nuovamente berlusconiana)” nel giudicare diversamente l’abbigliamento maschile e femminile in contesti formali, “non certo degna di un’amministrazione a parole così sensibile alla condizione femminile”.

Camici ha scelto inizialmente di non intervenire, ma di fronte al moltiplicarsi di commenti volgari, comparsi anche sui social, ha deciso di rispondere pubblicamente. “Giudicare l’abbigliamento di una donna che ricopre un ruolo istituzionale, anziché valutarne l’operato, è l’esatta fotografia di quanto sia ancora lontana la parità di genere“, ha scritto la vicesindaco, sottolineando come “il vero ritardo è culturale, alimentato da chi dimostra arretratezza e totale mancanza di rispetto”.

Nei giorni successivi lo scambio si è fatto più acceso, dopo che Ribechini ha pubblicato un secondo intervento per precisare il senso della propria osservazione iniziale. Il presidente dell’associazione ha spiegato che “il punto del mio ragionamento non è la libertà di una donna di (s)vestirsi come le pare“, ma la coerenza dei criteri applicati: ritenere che una donna possa “vestirsi da cubista, da caimano o da pompiere” mentre a un uomo ciò non sarebbe concesso rappresenterebbe, a suo avviso, “una profonda offesa alle donne“. Per rimarcare il concetto, Ribechini ha proposto che alla prossima occasione “ci venga il Sindaco coi calzoncini corti”.

Camici ha replicato duramente, scrivendo che “liquidare la reazione di una donna come ‘non aver afferrato il senso’ è il più classico dei cliché paternalisti” e sostenendo che “la vera parità non si raggiunge livellando l’autodeterminazione delle donne sullo standard del ‘senso del pudore maschile'”. La vicesindaco ha aggiunto di non voler più “subire il radiografo morale di chi… si sente in diritto di misurare i centimetri di stoffa di una vicesindaca anziché valutare il valore della sua presenza e del suo lavoro”, chiudendo l’intervento con la firma “Libera di nome, e decisamente anche di fatto”.

La vicesindaca ha inoltre espresso rammarico per i commenti arrivati anche da altre donne, parlando di “quanto profondo sia il maschilismo interiorizzato da molte donne” e definendo “assurdo che nel 2026 si debba ancora discutere di questo anziché concentrarsi sui contenuti”.

Sul fronte legale, Camici ha confermato che sta valutando iniziative nelle sedi competenti, dichiarando che “è vergognoso che nel 2026 siamo ancora a questo livello”.

© Riproduzione riservata

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