LIVORNO – Livorno si ferma nel trentacinquesimo anniversario della tragedia del Moby Prince, la più grande sciagura della marineria civile italiana. Era la sera del 10 aprile 1991 quando il traghetto, diretto ad Olbia, entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo a poche miglia dal porto. Le fiamme avvolsero rapidamente la nave, provocando la morte di 140 persone; un unico superstite, il mozzo Alessio Bertrand, rimase a testimoniare l’orrore di quella notte.

In occasione di questa ricorrenza, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato un messaggio carico di significato: “La Repubblica si stringe ai familiari di quanti persero la vita, alla città di Livorno che mai potrà dimenticare il dramma vissuto. Centoquaranta morti sono l’insopportabile prezzo dell’incidente più grave della nostra navigazione civile. Una tragedia che poteva e doveva essere evitata e a cui fecero seguito disorganizzazione e ritardi nella gestione dei soccorsi”. Il Capo dello Stato ha poi ribadito la necessità di un impegno costante affinché simili eventi non si ripetano, alzando l’attenzione sugli standard di sicurezza in mare.
Le celebrazioni odierne (10 aprile) organizzate dal Comune di Livorno con il patrocinio della Regione Toscana, della Provincia di Livorno, dell’associazione 140 Familiari delle Vittime del Moby Prince e dell’associazione 10 Aprile Vittime del Moby Prince hanno seguito un programma articolato che ha coinvolto l’intera città.
La mattinata si è aperta alle 11 in Fortezza Nuova con la deposizione di una corona al monumento dedicato alle vittime, seguita alle 12 dalla funzione religiosa in cattedrale presieduta dal vescovo Simone Giusti. Nel primo pomeriggio, la Sala Consiliare di Palazzo Civico ha ospitato la cerimonia istituzionale, momento di incontro tra i familiari delle vittime e i rappresentanti del governo. In rappresentanza del presidente della Camera dei deputati ha partecipato l’onorevole Pietro Pittalis, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause del disastro della nave Moby Prince.

Il momento più toccante della giornata è iniziato alle 16,30, quando il tradizionale corteo è partito da Piazza del Municipio per raggiungere il Porto Mediceo. Qui, alle 17 si è svolta la commemorazione finale: tra il silenzio rotto solo dal rumore delle onde, è avvenuta la lettura solenne dei 140 nomi dei caduti, seguita dal lancio delle rose in mare. Un rito di memoria che quest’anno ha visto un legame speciale con la Sardegna: i parenti delle vittime hanno consegnato un mazzo di fiori alla squadra di rugby dei Lions Amaranto, che durante la prossima trasferta lo lanceranno nelle acque del porto di Olbia, la destinazione che il Moby Prince non raggiunse mai.
Il discorso del sindaco Luca Salvetti: “12 785 giorni da quel 10 aprile 1991, quante volte abbiamo parlato del Moby prince, un’infinità di parole spese con voglia, fiducia e passione. Abbiamo messo insieme quello che ieri mattina ragionando sul 35esimo anniversario mi è venuto da definire il vocabolario di una tragedia. La prima parola è dolore. Il dolore che non si placa che attanaglia il cuore e la mente di tutti noi e che non ha mai lasciato per un attimo i familiari e le città che hanno perso un proprio cittadino. La seconda parola è mancanza, la mancanza di tante persone che non ci sono più, che hanno lottato intorno alla vicenda e si sono consumate intorno ad essa. Quest’anno la mancanza naturalmente rimanda a Loris Rispoli che ci ha lasciati”.
“Un’altra parola di questo vocabolario è impotenza, si sta facendo strada dentro la mia mente, racconta di una sensazione e di un sentimento di incapacità di smuovere le cose e dare un contributo concreto che va al di là delle formalità. C’è poi la parola strage, nei primi dieci anni è stata quasi un tabù, poi pian piano, con forza, tutti hanno trovato il coraggio di usarla e guardate non è banale e superficiale, si tratta del cambio di un paradigma che avrebbe dovuto scuotere il mondo che ruota intorno all’inchiesta sul Moby. In conclusione, due parole che volutamente fino ad ora non ho usato: giustizia e verità. Due parole abusate per 35 anni che sono diventate il cardine di un leit motiv che arriva persino a dare fastidio, per il semplice motivo che quella verità e quella giustizia diventano parole sempre più consunte e sbiadite”.
“Chiudo – ha concluso il sindaco – con il termine rassegnazione, quello che rifuggo con più forza: questa città non si è mai rassegnata a niente e se io sono chiamato a rappresentarla pro tempore, sono anche chiamato a confermare con forza che qui a Livorno e qui tra noi di rassegnazione non vogliamo sentire parlare, e nel vocabolario della tragedia questo termine non trova e non troverà spazio”.




