LIVORNO – “L’analisi delle tendenze politiche che stanno caratterizzando i recenti scenari internazionali e locali, in cui l’esibizione e l’esercizio della mera forza sembra ormai affermarsi come prassi riducendo ad impotente cornice formale i principi costituzionali ed il diritto internazionale, ci offre lo spunto per tornare a riflettere su un celebre dialogo della Repubblica di Platone“. Così presenta Sinistra Italiana Livorno l’appuntamento al Circolo Lupo Rosso di venerdì (27 febbraio) alle 17,45, nella sua sede di Via Azzati 40 a Livorno: una lezione aperta con Alfonso Maurizio Iacono.
“Nel Primo Libro di questa fondamentale ed ancora attuale opera filosofica scritta tra il 380 ed il 370 a.C. il sofista Trasimaco – spiega SI – dialogando con Socrate ed altri, afferma che “la giustizia è l’utile del più forte”. Un tema, che esemplifica la contrapposizione tra realismo politico e l’etica filosofica, che rimarrà dominante per tutta l’opera”.
Filosofo italiano e docente di storia della filosofia e di storia della filosofia politica, all’università di Pisa, si è occupato spesso di riflettere sulla giustizia di Trasimaco come ad esempio nel quinto capitolo di uno dei suoi libri più letti ed amati Autonomia, potere, minorità edito da Feltrinelli nel 2000. Si interrogherà sul fatto che in pratica chi governa stabilisca leggi per il proprio interesse, sempre e comunque (anche nelle nostre democrazie e non solo nelle dittature o cosiddette autocrazie).
L’incredibile attualità di questa definizione di giustizia era già infatti emersa tra la fine degli anni Novanta del Novecento e l’inizio del nuovo secolo, dove già era leggibile la crisi ed il mutamento del ruolo della politica nelle democrazie occidentali.
A distanza di oltre 25 anni con Iacono si torna a riflettere su questo “nodo irrisolto, inquietante e imbarazzante del modo di concepire il rapporto fra potere e giustizia, più particolarmente quando ci si trova storicamente e politicamente all’interno di istituzioni e di governi fondati sulla democrazia”.
“Per provare a domandarci – conclude SI – che tipo di democrazia vogliamo e soprattutto per chiarire cosa farci, legittimare ed auto riprodurre un circuito di elites oppure ambire a modelli che garantiscano ricambio, partecipazione ma soprattutto equità ed uguaglianza. Per provare ad emanciparci collettivamente da quelle relazioni di potere che ci fanno vivere, ora e sempre più esplicitamente, la condizione di stato di dominio”.



