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Bonciani (Pd): “Il no dei giovani al refendum parla di pace, diritti e futuro”

La responsabile relazioni internazionali del Pd di Livorno: "Bisogna ribaltare il paradigma della normalizzazione della dimensione bellica"

LIVORNO – “Con la vittoria del no al referendum sulla riforma della giustizia è arrivato un messaggio chiaro dai giovani agli adulti e alla politica che si traduce in: “vogliamo altro per il nostro futuro”. Il no dei giovanissimi al referendum che ha contribuito in modo significativo al risultato finale, non va interpretato come un evento a sé, ma compreso all’interno di un presente storico che spesso ignora le preoccupazioni dei giovani per il futuro, oltre che i loro ideali”. A pensarlo è Barbara Bonciani, responsabile relazioni internazionali per la segreteria dell’Unione comunale del Pd di Livorno.

“In una società italiana in progressivo invecchiamento demografico, i giovani stentano ad avere spazio nella rappresentanza politica – prosegue – e chiedono maggiore attenzione ai diritti, alla lotta contro la guerra, e alla tutela dell’ambiente. In questo no al referendum, c’è qualcosa di più in gioco, oltre il quesito: la richiesta di una diversa visione della società e del mondo. C’è infatti una distanza culturale profonda tra Giorgia Meloni e la generazione dei giovanissimi che questo referendum ha messo in evidenza. Non si tratta solo di posizioni politiche diverse che vanno dai decreti sicurezza al decreto anti rave, alla stretta sulle sospensioni e il voto in condotta a scuola. Si tratta soprattutto di una diversa visione del mondo che confligge, in modo pesante, con la mancanza di una presa di posizione chiara dell’attuale Governo nei confronti della normalizzazione della guerra”.

“La Generazione Z è cresciuta in un mondo di guerra permanente, maturando una crescente insofferenza verso una classe dirigente che sembra incapace di costruire alternative credibili alla logica delle armi – dice ancor – La recente mancata posizione di Giorgia Meloni sulla guerra in Medio Oriente, sull’attacco illegale di Trump e Netanyahu in Iran, formulata nell’espressione “non condivido e non condanno” fa parte di questa normalizzazione. Una presidente del Consiglio che non si distingue per visioni di pace alternative, né per coraggio diplomatico sui fronti aperti. Il messaggio arrivato dai giovani con la bocciatura del referendum si somma a quello lanciato loro, nell’ultimo anno, durante le tante e partecipate manifestazioni contro la guerra e a supporto della causa palestinese. Tutti messaggi che la politica deve far propri, rimettendo al centro dell’azione politica la costruzione della pace. Come Partito Democratico siamo convinti che la guerra non sia inevitabile, ma sia sempre una scelta politica che comporta violenza, morte e rischi per la sicurezza di tutti. Le guerre sono fatte per interessi, risorse, dominio dei popoli e sono una sconfitta per tutti”.

Siamo convinti che in Medioriente si sia scatenata una guerra illegale, che è contraria ai nostri valori, principi e interessi nazionali – conclude Bonciani – Sosteniamo con forza, richiamandoci al diritto internazionale e all’articoo 11 della nostra Costituzione che ripudia la guerra che l’idea a cui Trump e gli altri oligarchi del mondo vogliono abituarci che la sicurezza si ottenga solo attraverso la forza militare sia una falsità, un’idea che necessita di essere abbandonata e superata, perché con urgenza si possa tornare alla politica, alla diplomazia, al dialogo, come strumenti fondamentali per costruire la convivenza fra i popoli e la pace, restituendo il dovuto valore al diritto internazionale che è vincolante per gli Stati, indipendentemente dalle convenienze politiche. Il contesto globale in cui viviamo rende urgente un processo di costruzione della pace in un mondo di guerre. Per farlo abbiamo bisogno di ribaltare il paradigma della normalizzazione della dimensione bellica, dobbiamo cioè smontare quella narrazione che riconosce la guerra e il conflitto violento come opzioni inevitabili, necessarie e ordinarie nella gestione delle controversie fra Stati. Non si tratta di un’utopia, ma di una necessità impellente e una scelta politica responsabile, l’unica capace di garantire la sopravvivenza e lo sviluppo umano”.

 

 

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