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Meloni-Merz, Benassi: “Per ora convergenza politica di breve termine”

(Adnkronos) –
Né nuovo asse Italia-Germania, né schiaffo alla Francia. L’ex ambasciatore italiano a Berlino e rappresentante all’Ue, Piero Benassi, diffida delle semplificazioni che in questi giorni esaltano il rapporto tra Giorgia Meloni e Friedrich Merz – definita la nuova “coppia di potere” nell’Ue sintetizzata nella crasi ‘Merzoni’ – e sottolineano la fine dello storico asse franco-tedesco con l’isolamento di Emmanuel Macron.  

“Cominciamo con il togliere l’enfasi – dice Benassi all’Adnkronos, alla vigilia del summit dei 27 nel castello di Alden Biesen, preceduto da un prevertice convocato dalla premier e dal cancelliere tedesco – Sin dall’arrivo di Merz alla cancelleria c’è stata una buona convergenza tra Roma e Berlino su due punti importanti per entrambi: la spinta dell’industria ad attenuare il Green deal e la tendenza del cancelliere, anche per non perdere voti a destra a favore dell’Afd, a guardare con interesse all’atteggiamento di severità della Meloni sull’immigrazione”. 

Questi due temi su cui si è creata una convergenza politica “si innestavano già su una cooperazione industriale da sempre fondamentale per l’Italia e importantissima per la Germania e su altre questioni che hanno analogamente colpito i due Paesi – spiega Benassi – dai costi dell’energia alle difficoltà dell’export per i dazi di Trump e l’aggressività della Cina fino alla sicurezza che adesso occorre che gli europei paghino da sé”. 

Dunque, è l’analisi dell’ex ambasciatore a Berlino, “una serie di fattori positivi e negativi hanno fatto coincidere interessi e difficoltà di Italia e Germania, insieme dentro un quadro politico percepito come non dissimile: Merz è ancora al primo anno di legislatura, quindi ha davanti a sé un mandato lungo, e la Meloni, in carica da tre anni, appare stabile”. “In tale congiuntura vengono a mancare un po’ di appigli francesi, a cominciare dalla stabilità politica”, sostiene ancora Benassi, secondo il quale “l’unione tra Parigi e Berlino è ancora condizione necessaria anche se ora non più sufficiente” per far avanzare l’Europa. “Come si fa a pensare di fare a meno della Francia, per fare cosa?, domanda polemicamente l’ambasciatore. 

Tra Roma e Berlino non c’è alcun asse che possa sostituire il motore franco-tedesco, piuttosto “una significativa convergenza non priva di punti interrogativi sul medio e sul lungo periodo”. Tali interrogativi, secondo il diplomatico che è stato anche rappresentante all’Ue, riguardano tutta una serie di dossier relativi ai cosiddetti beni pubblici europei (dalla transizione digitale a quella ecologica fino all’energia e alla difesa) che necessitano di consistenti investimenti pubblici e privati. “Quelli pubblici – spiega Benassi – non possono che essere garantiti o dagli Stati membri (e non tutti hanno spazio fiscale), o dagli eurobond o dall’aumento di risorse proprie del bilancio dell’Ue. In ognuno di questi casi non vedo al momento grandi convergenze tra Roma e Berlino”. Il tutto va accompagnato dal decisivo sforzo volto a convogliare i risparmi verso i necessari investimenti privati. Obiettivo dell’atteso salto di qualità nel mercato dei capitali.  

“Il vero problema dell’Europa – sottolinea ancora l’ambasciatore – a parte la mancanza di leadership politica è che un sovranismo palesemente antieuropeo ha esaltato un tempo la Brexit, nella speranza che ci sarebbe stato un effetto domino. Questo non è avvenuto e gli stessi britannici se ne sono pentiti. Da qui la decisione del sovranismo – nel frattempo cresciuto sensibilmente nel continente – di restare dentro l’Europa per corroderla dall’interno”. 

E in questo contesto si inserisce anche l’approccio che si vuole tenere con Donald Trump, premesso che quanto successo con la Groenlandia “ha dimostrato che è stato sufficiente un irrigidimento dei leader europei” contro le mire del presidente americano perché facesse retromarcia sulle minacce di invasione dell’isola. Sicuramente Meloni e Merz temono “un brusco distacco dagli Stati Uniti”, ma i punti di partenza della premier e del cancelliere sono diversi: “Per la prima c’è un’affinità ideologica più marcata accompagnata da una dinamica interna alla sua maggioranza di governo che finora l’ha costretta a più di un’acrobazia”, il secondo “ha l’atteggiamento pragmatico dell’uomo d’affari che non si scandalizza, non ha il puritanesimo della Merkel”. “Merz – chiosa Benassi – non può del resto non tenere conto della natura tedesca e della storia recente della Germania; della vicinanza geografica della Russia. Lui sa che in questo passaggio epocale per Berlino, con le spinte al riarmo che creano diffidenza, non può permettersi di avere allo stesso tempo una Russia che bombarda alle sue porte, una Cina che aggredisce economicamente a tutto campo e un’inimicizia strutturale con Trump”.  

 

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