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Alberto Pellai e la regola del 30%: perché l’iperprotezione rende fragili i figli

A un certo punto succede. Il figlio che fino a ieri cercava la tua mano adesso chiude la porta. La chiude davvero. E non è solo un gesto fisico, è un confine che si sposta. “Non sei più la persona più importante della sua vita”.

Per molti genitori italiani è qui che comincia lo spaesamento. In un Paese in cui i figli sono pochi, attesi a lungo, spesso unici, l’ingresso nell’adolescenza non è soltanto una tappa evolutiva: è una ridefinizione dei ruoli. L’adulto perde centralità proprio quando percepisce di dover essere più presente. È su questa frattura che il professor Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, colloca la sfida della genitorialità del Terzo Millennio.

L’adolescenza come “tsunami”

Tra i 10 e i 14 anni avviene una trasformazione che non ha nulla di superficiale. Non è un semplice cambio di umore né un problema disciplinare. È una riorganizzazione profonda del sistema emotivo. Alberto Pellai definisce questa fase uno “tsunami”: un evento che sposta equilibri, altera i riferimenti, impone una nuova geografia interna. “È come se saltasse la plancia di comando”, ha spiegato nel primo dei quattro incontri di “Adolescence”, il ciclo romano promosso da Fondazione Oltre che, fino a maggio, metterà a confronto educatori, scrittori e studiosi sul rapporto tra genitori e figli.

Quella “plancia” a cui fa riferimento non è un’immagine retorica. Le aree del cervello deputate alla regolazione e al controllo maturano più lentamente rispetto ai circuiti emotivi, che in questa fase conoscono un’accelerazione significativa. Si crea una sproporzione tra impulso e filtro: l’intensità affettiva aumenta, mentre la capacità di modulare la risposta è ancora in costruzione. Il risultato sono reazioni più rapide, più forti, meno prevedibili. L’adolescente può passare dall’opposizione frontale alla richiesta di vicinanza nel giro di pochi minuti. Non è incoerenza, è fisiologia evolutiva.

In questo tempo ponte tra dipendenza e autonomia, il ragazzo rivendica un territorio proprio. Il corpo è il primo segnale: diventa campo di confine, di prova, di controllo. Cambiano abitudini, cambia la relazione con l’igiene, cambia la tolleranza verso l’invasività adulta. “Li borotalcavi, li spalmavi di crema e loro non fanno la doccia. Che cosa ti stanno dicendo? Impara che adesso io sto in un territorio che è mio”.

La stanza diventa il confine visibile di questa trasformazione. “La porta è l’elemento che devono imparare a chiudere”. Chiudere la porta non è un atto ostile, ma un passaggio necessario verso l’autonomia. È lì che molti genitori avvertono di aver “perso la password di accesso”. La chiusura non è un rifiuto definitivo, ma una fase fisiologica. Il compito dell’adulto non è forzare la serratura, ma restare punto fermo mentre la distanza aumenta e il ragazzo costruisce una propria identità.

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Gigi De Palo, Direttore Generale della Fondazione Angelini, e Alberto Pellai durante l’incontro del ciclo “Adolescence” promosso da Fondazione Oltre (Crediti: Cristian Gennari)

La “regola del 30%”

Il problema non è che i genitori di oggi amino troppo i figli, è che li temono: temono che soffrano, che restino indietro, che sbaglino scelta, che vengano esclusi. Pellai la definisce “ansia protettiva fortissima”. Una tensione continua che spinge l’adulto a intervenire prima che il disagio emerga, a prevenire la frustrazione, a smussare ogni ostacolo.

In un contesto come quello italiano, questa postura non nasce nel vuoto. Nel 2023 le nascite sono scese sotto quota 380 mila (Istat) e l’età media al parto ha superato i 32 anni. I figli arrivano più tardi e più spesso restano pochi. Quando un bambino è uno, o al massimo due, il margine di errore percepito si restringe. Non c’è più la “diluizione” emotiva garantita da famiglie numerose: meno fratelli, meno “palestra” domestica di negoziazione, meno scontri orizzontali. Il conflitto resta verticale e prende peso.

È in questo scenario che Pellai introduce la sua “regola del 30%”. Non una formula matematica, ma una proporzione educativa. “Abbiamo immaginato che nella loro vita gli adulti debbano essere funzionanti al 70% e che il 30% di non funzionamento sia principio di realtà”. La scuola non è perfetta, lo sport non è perfetto, nessun ambiente lo è. Una quota di imperfezione non è un incidente da correggere subito, è parte dell’apprendimento.

Quando un ragazzo torna a casa e racconta di un insegnante severo o di un allenamento massacrante, l’istinto è intervenire. Protestare, scrivere, proteggere. Pellai invita a un cambio di prospettiva: “La vita capita”. Non si tratta di giustificare ingiustizie, ma di riconoscere che l’esperienza del limite costruisce competenze. Se ogni difficoltà viene neutralizzata con una telefonata del genitore, il messaggio che passa è che l’attrito sia un errore del sistema. Invece “l’attrito è un grandissimo amico della crescita”.

L’esempio dell’allenatore è eloquente. A 13 o 14 anni si è nel pieno della potenza fisica; l’allenatore non chiede se sei stanco per risparmiarti: ti fa lavorare perché sa che puoi farlo. “Non protegge la fragilità, fortifica la struttura”. È una logica diversa da quella della gratificazione immediata. Pellai parla di “ciucci elettronici”: ogni volta che emerge frustrazione, la si anestetizza con una stimolazione positiva o con un intervento adulto.

La “regola del 30%” non è un invito al disimpegno. È una soglia di tolleranza. Significa distinguere tra ciò che danneggia e ciò che semplicemente mette alla prova. Senza una quota di attrito non si sviluppa autonomia. Eliminare ogni spigolo – “paraspigolare la vita” – finisce per comunicare ai figli che non sono in grado di farcela da soli. E la protezione continua, paradossalmente, alimenta proprio quella fragilità che vorrebbe evitare.

L’errore più comune dei genitori con gli adolescenti? Fare troppo

Il genitore pilota

Se l’adolescenza è uno tsunami, il punto non è fermare l’onda, è capire chi tiene il timone. La funzione adulta, secondo Pellai, non è eliminare la perturbazione ma contenerla. “Se io sono spaventato per te che sei mio figlio e che sei nello tsunami, io divento spaventante”. La frase sintetizza il rischio di un’escalation emotiva reciproca. Descrive un meccanismo preciso: l’ansia del genitore non si limita a reagire al disagio, lo amplifica. In una fase in cui l’emotività è già fuori scala, la paura adulta diventa moltiplicatore.

La metafora dell’aereo è diretta: “Immaginate che voi siete i viaggiatori del mio aereo. Arriva una perturbazione. Io prendo in mano il microfono e vi dico: signore e signori, una perturbazione. Allacciatevi le cinture di sicurezza, fra dieci minuti è passata”. Il disagio resta, la turbolenza si sente, ma chi guida comunica di sapere cosa sta succedendo. Poi rovescia lo scenario: “Se io vi dico ‘Oh mio Dio! È arrivata una perturbazione. Allacciatevi le cinture. Speriamo bene’, faccio saltare per aria tutti”. In quel caso, spiega, “faccio saltare per aria tutti”. Il problema non è la turbolenza. È la percezione che chi guida non sappia gestirla.

Trasportata nella relazione educativa, la scena è chiara. Il genitore che urla “non fa altro che alzare ulteriormente il volume dentro alla mente di un figlio”. Se il ragazzo è già a cento, l’adulto che sale a duecento non ristabilisce equilibrio. La regolazione non è una tecnica retorica, non è scegliere le parole giuste nel mezzo della crisi. È una postura che richiede controllo di sé, capacità di restare, rinvio dell’intervento spiegativo a quando l’onda si è ritirata. La turbolenza passa, ma solo se qualcuno in cabina mantiene la rotta.

La stanza connessa

Per anni, la frase rituale è stata: “Questa casa non è un albergo”. Pellai la richiama per mostrare quanto sia cambiato il contesto. “Che cosa ti stavano dicendo? Stai più nella tua stanza perché stare nella tua stanza vuol dire non andare nei pericoli e vuol dire che stai studiando”. La stanza era considerata spazio protetto.

Oggi, quando il genitore bussa e apre, può trovarsi davanti a uno schermo acceso per ore. “Credo che oggi andare a bussare sulla porta dei nostri figli e poi aprirle e guardare che cosa sta accadendo dentro per noi a volte sia deludente o rattristante”. La preoccupazione nasce dalla percezione che il mondo digitale sostituisca quello reale. “Ci sembra che quel mondo li stia rubando alla loro adolescenza”. La percezione è di un’espropriazione: il figlio è fisicamente in casa, ma relazionalmente altrove.

Pellai rifiuta l’idea dello smartphone come semplice strumento. Non è una calcolatrice che si usa e si ripone. È un ambiente di vita, progettato per catturare attenzione e sfruttare meccanismi di gratificazione immediata. Il cervello adolescenziale, ancora in fase di maturazione nelle aree di controllo, è più sensibile alla ricompensa intermittente. In un’Italia con meno fratelli, meno cortili, meno spazi di aggregazione spontanea, la stanza connessa diventa il centro della socialità. “È la sfida gigantesca della genitorialità del Terzo Millennio”. Non esiste una risposta univoca: togliere, vietare, sorvegliare non risolve il nodo strutturale di un ambiente che è diventato pervasivo.

Restare quando la porta si chiude

La risposta, secondo Pellai, non è il divieto generalizzato. È l’aumento della presenza. Parla di “gemellaggio tra famiglie”: far studiare i ragazzi insieme, cene comuni, pomeriggi insieme, non come evento straordinario, ma come pratica stabile. In un Paese in cui la dimensione media dei nuclei è scesa a 2,2 componenti (Istat), l’isolamento domestico non è episodico, è una condizione diffusa. Se i fratelli sono pochi o assenti, la relazione orizzontale va costruita.

Allargare la rete riduce la pressione sul rapporto esclusivo genitore-figlio. Quando l’adolescente ha altri adulti di riferimento e un gruppo reale di pari, il conflitto non si concentra tutto in casa. La funzione educativa si distribuisce. Non è una misura normativa, è un’organizzazione quotidiana. Richiede tempo, disponibilità, coordinamento. Ma incide sulla qualità dell’esperienza adolescenziale più di qualunque filtro digitale.

La sfida, per Pellai, non è riportare indietro l’orologio, è imparare a restare. “L’educazione non è imparare una tecnica, ma sapere restare”. Restare quando la porta si chiude, quando il tono si alza, quando la perturbazione arriva. Restare non significa controllare ogni movimento, ma non sottrarsi alla relazione. In una società a bassa natalità, dove ogni figlio concentra aspettative e paure, la presenza adulta stabile diventa il fattore di equilibrio tra autonomia e disorientamento.

 

Famiglia

content.lab@adnkronos.com (Redazione)

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