Bollo auto, Galli (Unicatt): “L’abolizione strutturale è difficile, i margini sono stretti”

(Adnkronos) – Non c’è ragione di ‘sparare’ contro l’abolizione del bollo per le auto e le moto di media e bassa cilindrata, ma i margini per farlo in maniera strutturale sono stretti. Lo dice all’Adnkronos Giampaolo Galli, direttore scientifico dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica di Milano. Le coperture per il provvedimento (pari a 2,3 miliardi) vengono – lo ha affermato oggi il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti – dai risparmi sulle spese del Pnrr, ossia quei fondi che, al 30 giugno 2026, non sono stati utilizzati e per i quali non sussiste una destinazione giuridicamente vincolante né obbligo di rendicontazione all’Ue. Ma il Pnrr “è una tantum, mentre Meloni ha insistito che si tratterà di un provvedimento strutturale” che quindi necessita di un “finanziamento strutturale”, spiega l’economista. 

Direttore, come vede il taglio del bollo per auto e moto?
 

“Io non sono contrario, anzi: l’Unione europea ci ha detto tante volte che il taglio delle accise sui carburanti favorisce le grosse cilindrate e che la misura, anche in vista della scarsità della risorsa, dovrebbe essere mirata alle fasce bisognose. Ma non è un’equazione facile da risolvere. Non vorrei andare con l’Isee dal benzinaio… L’abolizione della tassa di proprietà sulle auto sotto gli 80 kw, invece, oltre a essere molto popolare, ha il pregio di favorire chi ha una vecchia Panda e non chi gira in Ferrari”.  

Resta il tema delle coperture necessarie per rendere la misura strutturale.
 

“Dicono che sarà strutturale, ma un finanziamento tramite il Pnrr non può essere tale. Forse per il 2027 può andare bene, ma già per gli anni successivi no, rendendo dunque più complesso rendere strutturale il taglio del bollo nella prossima legge di bilancio. Stesso dicasi per le risorse che potrebbero eventualmente venire dall’attivazione della clausola di salvaguardia europea, richiesta dall’esecutivo a Bruxelles, che consentirebbe all’Italia di deviare dalla traiettoria di spesa netta concordata per finanziare la sicurezza energetica per un massimo dello 0,3% del pil annuo: anche quelle si esaurirebbero in due anni e alla fine bisognerà trovare finanziamenti strutturali”.  

Quindi i margini sono stretti?
 

“Il ministro ha detto ‘siamo sovranisti e come tali vogliamo uscire dalla lista dei sorvegliati speciali’. Benissimo: è un sovranismo simile a quello di Mario Monti nel 2012, che non voleva essere sotto la sorveglianza della Troika. Ma allora questa legge di bilancio, anche se cade nell’anno delle elezioni, deve puntare ad un deficit 2025 inferiore al 3%, o difficilmente la procedura d’infrazione europea sarà chiusa. Attualmente, è prevedibile che il deficit del 2026 sia attorno al 2,9%, dunque sotto la soglia del 3%. Il prossimo anno, secondo le previsioni dell’ultimo Dfp, si arriverebbe al 2,8%, a cui aggiungere però lo 0,3% della clausola di salvaguardia sull’energia per cui questo governo si è molto battuto. Così, si arriverebbe al 3,1% e dunque nel 2027 saremo oltre il famoso 3%. Molto dipende da cosa succederà la settimana prossima: il 22 settembre l’Istat potrebbe rivedere i dati sul 2025 e la speranza governo è che quel 3,1 messo a segno nel 2025 possa diventare un 2,9. Ma anche in questo caso sarà difficile uscire dalla procedura di deficit se in questa manovra non puntiamo ad un deficit inferiore al 3%. C’è pochissimo spazio. I margini in legge di bilancio per rendere definitivo l’addio al bollo sono stretti. Ma presentarsi alle prossime elezioni come chi ha tirato fuori l’Italia dalla lista cattivi è una cosa che forse premia dal punto di vista elettorale”. 

C’è un modo per operare un taglio del genere in maniera realmente strutturale?
 

“Bisognava fare, da molto tempo, una vera spending review. Io ho stima del ministro Giorgetti ma sulla spending review lui fa operazioni un po’ all’ultimo momento. Quando arriva la legge di bilancio chiede a ministeri di tagliare ma questo modo di fare è rischioso. Sia perché non si fa un’analisi approfondita delle aree di spreco che ci sono nella pubblica amministrazione e di quelle invece da rafforzare, ma soprattutto perché si finisce per rinviare le spese e dunque non si risolve il problema”. (di Martina Regis) 

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