In un Paese che invecchia rapidamente, il welfare sembra reggersi sempre più sulle spalle delle famiglie. A dimostrarlo è la fragilità contrattuale del settore del lavoro domestico. Lo rileva il primo paper del Rapporto 2026 Family (Net) Work, un progetto editoriale di Assindatcolf realizzato in collaborazione con il Censis, il quale ha scattato una fotografia nitida di un settore che viaggia a “doppia velocità”: da una parte la stabilità della cura della casa, dall’altra l’estrema frammentazione dell’assistenza alla persona.
L’analisi nasce da una base dati imponente: un nuovo database che raccoglie 247.000 contratti regolari sottoscritti presso Assindatcolf, Webcolf, Acli in Famiglia e Gestisci la tua Colf. I numeri rivelano una frattura profonda che incide sulla vita di milioni di donne e famiglie: le colf mantengono il posto per una media di quasi sei anni, mentre le badanti per soli 2,7 anni.
La frattura della stabilità: 5,9 anni contro 2,7
Il primo dato del rapporto che colpisce riguarda proprio la longevità dei rapporti di lavoro. Se analizziamo i contratti attivati prima del 2025, emerge il divario netto: le colf (inquadrate prevalentemente nel livello B) mantengono il posto per una media esatta di 5,9 anni. Al contrario, per le badanti che assistono persone non autosufficienti (livello C super), la durata media del contratto crolla a soli 2,7 anni.
Questa discontinuità è confermata anche guardando alla “storia” dei contratti attivi nel 2025: su 100 colf, ben 76 avevano un rapporto avviato negli anni precedenti; tra le badanti, invece, meno della metà (48 su 100) vantava un rapporto di lunga data. A pesare su questa instabilità intervengono fattori critici come il deterioramento delle condizioni di salute dell’assistito e la difficoltà nel costruire un rapporto fiduciario solido in contesti di sofferenza.
L’allarme “stress contrattuale” e l’instabilità notturna
Il rapporto introduce un indicatore prezioso per comprendere la precarietà del settore: lo “stress contrattuale”, definito come quel rapporto di lavoro che si interrompe entro appena trenta giorni dall’attivazione. Nel corso del 2025, il 7,6% dei contratti totali è rientrato in questa categoria “mordi e fuggi”. Ancora una volta, sono le badanti a vivere la situazione più critica:
- Il 12,6% dei loro contratti non supera il primo mese di vita.
- Quasi un contratto su tre (27,9%) per l’assistenza a non autosufficienti viene aperto e chiuso nell’arco dello stesso anno.
- Le punte massime di instabilità si toccano nell’assistenza notturna e nelle sostituzioni per copertura dei riposi, dove il turnover è frenetico.
In generale, il dinamismo del settore è altissimo: il 37% di tutti i contratti in database si è concluso nel 2025, e quasi uno su cinque (18,6%) è nato e morto nello stesso anno.
Il “Superminimo”: la leva economica per trattenere i lavoratori
Esiste però un antidoto alla fuga e alla precarietà: la busta paga. Il rapporto evidenzia come il superminimo, cioè una quota economica aggiuntiva rispetto ai minimi contrattuali per adeguare lo stipendio ai valori di mercato, agisca da potente collante.
Attualmente, il 35,9% dei contratti prevede questa voce retributiva, con un valore medio di 119 euro mensili. La correlazione con la stabilità è evidente: nei rapporti che superano i sei anni di durata, la presenza del superminimo sale al 49,3%. In altre parole, quando la famiglia riconosce un valore economico superiore alla base contrattuale, il lavoratore tende a restare molto più a lungo.
“Oggi disponiamo di uno strumento unico per analizzare il lavoro domestico regolare in Italia“, ha commentato Andrea Zini, presidente di Assindatcolf. Secondo Zini, questo database è per dimensioni secondo solo a quello dell’Inps, ma con un valore aggiunto fondamentale: mentre i dati istituzionali guardano alle posizioni attive, questa ricerca analizza anche i flussi di attivazione e cessazione, permettendo di misurare con precisione chirurgica la dinamicità (e le sofferenze) di un mercato del lavoro che è, prima di tutto, un mercato di relazioni umane.
Per un’Italia sempre più vecchia, comprendere perché una badante resti meno di tre anni in una casa non è solo una statistica economica, ma una questione di tenuta sociale.
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